Motivazioni di un Eccidio

La strage di Bologna del 2 agosto 1980 fu “politica e di Stato”, scrivono nelle motivazioni della sentenza di condanna di Gilberto Cavallini i giudici della Corte di assise di Bologna.

Un’affermazione, questa, che rappresenta un punto fermo nella storia giudiziaria dell’eccidio di Bologna e che viene rafforzata dalle giuste critiche rivolte alla Procura della Repubblica di Bologna che, nel capo di imputazione a carico di Cavallini, aveva inserito la parola “spontaneista”, contraddicendo quanto avevano già appurato e scritto

i giudici della Corte di assise di Bologna che avevano condannato Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, bollandoli come “spontaneisti solo a parole”.

Ha ragione, pertanto, il presidente della Corte di assise, Michele Leoni, nel ricordare che le persone già condannate per i depistaggi (Gelli, Musumeci, Belmonte, Pazienza)

«non avrebbero avuto interesse a coprire e mandare impuniti quattro criminali che si divertivano a scatenare il panico nella popolazione e turbavano la convivenza sociale, se in ballo non ci fosse stato il loro interesse. Nessuna logica pub affermare il contrario».

E su questo punto è bene specificare che, al di là del pensiero del magistrato, quello di Licio Gelli, Giuseppe Belmonte, Pietro Musumeci e Francesco Pazienza non poteva essere un interesse personale, tanto più che non hanno depistato le indagini da soli.

Sono stati riconosciuti colpevoli e condannati solo loro quattro perché si è preferito credere che all’interno del servizio segreto militare ognuno potesse fare quello che voleva all’insaputa dei colleghi e dei superiori gerarchici.

In ogni caso, non esiste un solo indizio che possa indurre a credere che la “banda dei quattro” avesse un interesse personale nel proteggere il gruppo stragista con i cui componenti non avevano alcun rapporto diretto e personale.

È doveroso escludere che abbiano rischiato la carriere e la galera per assicurare impunità ad amici degli amici, così che rimane, per esclusione, l’ipotesi più logica, la sola sostenibile: che hanno agito per interessi superiori, ovvero nell’interesse dello .stato e, aggiungiamo noi, della Nato.

I giudici della Corte di assise di Bologna riconoscono l’esistenza di un interesse superiore che, però, identificano nello Stato profondo che descrivono come

«un insieme di organismi militari, economici, politici, associativi, più o meno legali, dalla contiguità più o meno sommersa, e trasversali che condizionano in modo occulto le strategie di potere, servendosi degli organi rappresentativi come schermo».

Ricordano, i giudici bolognesi, che

«i depistaggi da parte di organi dello Stato sono stati la regola che ha contraddistinto tutte le più gravi stragi commesse nel nostro Paese dal 1969 al 1980 (Piazza Fontana, treno di Gioia Tauro, Questura di Milano, Piazza della Loggia, treno Italicus, Ustica e stazione di Bologna), e questa è già la prova, in re ipsa, del fatto che agli autori andava accordata protezione da parte dello stesso Stato», in ossequio ad «un disegno costante, unitario, “bloccato” e prolungato nel tempo, segno inequivocabile di un rapporto di reciproca dipendenza fra formazioni criminali e apparati statuali, complici di una strategia concepita a livello alto. Molto alto».

Secondo i giudici della Corte di assise di Bologna, pertanto, è esistito, ed ancora esiste, perché i depistaggi sono ancora in corso, uno “Stato profondo” che avrebbe condizionato

«in modo occulto le strategie di potere, servendosi degli organi rappresentativi come schermo»,

a partire dalla fine degli anni Cinquanta (perché la strategia della tensione non inizia nel 1969 con la strage di piazza Fontana) ponendo in essere una strategia “concepita a livello alto. Molto alto”.

Sarebbe, quindi, presente in Italia da oltre sessant’anni uno Stato profondo che si occulta e si confonde con lo Stato, in grado di concepire ad altissimo livello una strategia che aveva come fine la stabilizzazione dell’ordine politico usando come mezzo la destabilizzazione dell’ordine pubblico, potendo altresì disporre di tutti gli strumenti (magistratura compresa e per prima) per occultare la sua azione con una costante operazione di depistaggio e disinformazione sul piano politico, giudiziario e mediatico ancora oggi in corso.

Da quanto scrive il presidente della Corte di assise di Bologna si ricava che ha scelto di usare la definizione di “Stato profondo” perché, con le funzioni che ricopre, non ha voluto o potuto parlare semplicemente di Stato, senza aggettivi.

Perché lo “Stato profondo” altri non è che la parte sommersa dello Stato, quella che il potere politico utilizza per i suoi fini per il conseguimento dei quali ogni mezzo è ritenuto lecito e legittimo.

Ricordiamo che la mafia, ad esempio, prima di essere trasformata sul piano mediatico nell’antistato era uno strumento dello Stato, utilizzata come forza politica, anche sul piano elettorale, e di polizia per il mantenimento dell’ordine pubblico nei territori da essa controllati.

Non risulta appartenere allo “Stato profondo” quel Giulio Andreotti che è stato sette volte presidente del Consiglio dei ministri, riconosciuto come colluso con la mafia finì ai primi anni Ottanta.

Tantomeno è stato accusato di appartenervi quel Silvio Berlusconi, che oggi viene candidato dai suoi alleati addirittura alla presidenza della Repubblica, che nel 1994 è divenuto presidente del Consiglio benché affiliato alla loggia P2 e sostenuto dalle consorterie mafiose.

Men che meno è stato indicato come affiliato allo “Sato profondo” quel Movimento Sociale Italiano che, come partito politico rappresentato in Parlamento, ha dato origine e sostegno alle formazioni politiche, strumentalmente definite extra-parlamentari, coinvolte nello stragismo al punto che il capo di una di esse, Ordine Nuovo, Pino Rauti, è divenuto segretario nazionale del partito che ha, inoltre, portato in Parlamento ben tre direttori del servizio segreto militare (De Lorenzo, Miceli e Ramponi).

Non è ana casualità che i candannati per la strage del 2 agosto 1980 siano tutti provenienti dalle fila del Movimento Sociale Italiano, perché quello è l’ambiente politico che, più di ogni altro, si è posto al servizio dello Stato e degli Stati Uniti in nome dell’anticomunismo.

I giudici della Corte di assise di Bologna citano, nel novero delle stragi politiche seguite dai depistaggi, anche Ustica e Bologna.

Ma è giusto precisare che la strage di Ustica avviene in uno scenario bellico che vede l’intervento delle forze aeree italiane ed alleate, per motivi che ancora non si conoscono contro aerei militari libici.

Attiene, pertanto, la strage del 27 giugno 1980 ad Ustica, alla politica internazionale. Non così la strage di Bologna del 2 agosto 1980.

Non è condivisibile la motivazione politica dell’eccidio indicata dai giudici di Bologna, che la individuano nella volontà di bloccare il processo di avvicinamento del Pci al governo mediante il cosiddetto “compromesso storico”, per la semplice ragione che nel 1980 il segretario nazionale del partito, Enrico Berlinguer, riscopre la necessità di tornare ad una politica di opposizione – come dimostra, fra l’altro, il comizio che terrà nei primi giorni di ottobre dinnanzi ai cancelli della Fiat a Torino, per sostenere gli scioperi e le rivendicazioni degli operai.

La strage di Bologna del 2 agosto 1980 ha, viceversa, una caratteristica unica nella storia dello stragismo atlantico e di stato, perché persegue un fine opposto a quelli delle stragi precedenti.

Da piazza Fontana a Gioia Tauro, via Fatebenefratelli, Brescia, Italicus, lo scopo perseguito da mandanti, organizzatori ed esecutori era quello di destabilizzare l’ordine pubblico per consentire ai governi di intervenire, anche con provvedimenti drastici, per stabilizzare il Paese.

Il 27 giugno 1980 nei cieli italiani avviene un massacro che non ha un fine politico interno ma che, per le responsabilità oggettive di chi lo ha provocato, potrebbe avere effetti devastanti per il governo italiano e i partiti politici di estrazione e fedeltà atlantiche.

La strage di Ustica, con i suoi 81 cittadini italiani uccisi da un aereo militare appartenente ad una Nazione amica ed alleata, se non addirittura italiano, è il fattore destabilizzante imprevisto ed imprevedibile in grado di provocare nel Paese, se fosse emersa la verità, gravissimi turbamenti dell’ordine pubblico e di quello politico.

La strage alla stazione ferroviaria di Bologna, compiuta con il fine di far “dimenticare” quella di Ustica, distraendo la stampa e l’opinione pubblica da quest’ultima, si palesa quindi come un fattore stabilizzante, che consente al potere politico italiano ed atlantico di scongiurare il pericolo derivante dalla verità sul massacro compiuto nello spazio aereo italiano.

Rientra nella logica che per compiere il massacro di Bologna, dopo averne tentato uno a Milano il 30 luglio 1980, i difensori dello status quo e dell’Alleanza Atlantica, si siano rivolti allo stesso ambiente che da anni aveva accettato ed attuato lo stragismo contro civili innocenti, donne e bambini compresi, come mezzo di lotta politica in nome della difesa dell’Occidente e del “mondo libero”.

Se le stragi degli anni Settanta dovevano destabilizzare, quella di Bologna aveva il compito di stabilizzare, nella medesima ottica di difesa, lo Stato, il regime e le sue alleanza internazionali.

I depistaggi sono posti in essere non tanto – e non solo – per garantire impunità agli autori materiali che, peraltro, negano disperatamente ogni responsabilità, quanto per proteggere e rendere incomprensibili le motivazioni dalle quali si può risalire alla responsabilità dei mandanti.

Per questa ragione tutto l’apparato politico, giudiziario e mediatico del regime si è sempre impegnato a definire “fasciste” le stragi degli anni Settanta, e palestinese quella di Bologna del 2 agosto 1980, senza spiegare quali vantaggi avrebbero tratto i “fascisti” dallo stragismo e i palestinesi dall’eccidio di Bologna – visto, per questi ultimi, che il loro unico esponente in carcere, è rimasto in carcere fino all’agosto del 1981, quando gli è stata concessa la libertà provvisoria, ed è scappato dall’Italia nel 1982.

Manca il cui prodest, sia per quanto riguarda i presunti “fascisti” che per i palestinesi. A chi ha giovato la “strategia della tensione”, con le sue stragi e i suoi sempre minacciati e mai attuati colpi di stato militari, è noto: ha trasformato il lupo comunista in una pecora belante e tremante, che si è resa complice dello Stato e del regime pur di sopravvivere.

A chi ha giovato la strage di Bologna del 2 agosto 1980? A quanti hanno avvertito l’esigenza di neutralizzare il pericolo rappresentato dalla verità sul massacro di Ustica; lo Stato, il regime e la Nato.

Queste sono le forze che detengono tutta la verità sulla storia italiana del dopoguerra e che, ancora oggi, continuano a negarla, attribuendo la colpa a testimoni reticenti e bugiardi, dimenticando che ogni singolo individuo detiene sempre e soltanto una parte della verità e, sempre, per quanto potente possa essere stato o ancora sia, non ha i mezzi per poterla provare, ammesso che possa vivere per raccontarla.

Così è per Ustica e per Bologna: due stragi sulle quali lo Stato non sarà mai disponibile a dire la verità fino a quando, almeno, non sarà possibile per gli italiani liberarsi da esso e dai suoi alleati-padroni.

La strada per la verità passa per una ritrovata libertà. Oggi, questa, è una speranza. Domani, chissà?

 

Opera, 27 gennaio 2021

Un pensiero riguardo “Motivazioni di un Eccidio

  1. Caro Vinciguerra, non capisco la sua affermazione secondo la cosiddetta pista palestinese sia stata portata avanti dal giornalismo di regime. Tale pista fu portata alla luce da un giornalista di “Area” e poi sviluppata nell’ambito della Commissione Mitrokhin e non ha trovato alcuna simpatia o sostegno. Direi piuttosto imbarazzo. Tanto che quando il supplemento di indagine portato avanti dalla Procura bolognese è stato archiviato, in pochissimi si sono stracciati le vesti.

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