1980

Viene ricordato, il 1980, come uno degli anni più tragici della storia italiana del dopoguerra per il pesantissimo bilancio di morti e di feriti provocato da due stragi (Ustica e Bologna) e da una miriade di attacchi armati portati, essenzialmente, dai militanti nella sinistra armata.

È anche, però, un anno di svolta.

Per la prima volta nella sua storia, il Partito Comunista Italiano si dissocia apertamente dalla politica dell’Unione Sovietica, condannando l’invasione dell’Afghanistan da parte dell’Armata Rossa.

Se, dopo quella della Cecoslovacchia, nel mese di agosto del 1968, la presa di distanza del Pci, guidato da Luigi Longo, era stata solo tattica e concordata con Mosca, questa volta è reale – tanto da indurre il Pcus a porre fine ai finanziamenti elargiti al Pci da oltre trent’anni.

Non è rottura, perché Enrico Berlinguer ed i suoi compagni non rinnegano la guida sovietica, ma, dopo aver vissuto per anni nella paura di un colpo di Stato, che avrebbe posto fuori legge il partito, non vogliono più essere penalizzati da una politica sovietica che non tiene in alcun conto le esigenze dei partiti “fratelli” operanti nell’Europa occidentale.

Per ironia della sorte, il sangue di Aldo Moro, versato, agli occhi dell’opinione pubblica, anche grazie alla “politica della fermezza” perseguita da Enrico Berlinguer, non ricade sui democristiani bensì sui comunisti che, dalle elezioni politiche anticipate del 1979, iniziano a perdere consensi ettorali – per la prima volta dal 1946.

Un calo elettorale che un incondizionato sostegno alla politica estera dell’Unione Sovietica può trasformare in un crollo. Da qui la decisione di condannare l’invasione sovietica dell’Afghanistan da parte del Pci, che tuttavia non ne trarrà alcun vantaggio perché sono in pochi, se mai ci sono, sul piano politico nazionale ed internazionale a credere nella sincerità della condanna comunista e della crisi dei suoi rapporti con l’Unione Sovietica.

Il 1980 segna anche l’inizio della fine della lotta armata in Italia da parte delle due maggiori formazioni della sinistra armata, le Brigate rosse e Prima linea.

L’arresto ed il pentimento di Patrizio Peci, ufficialmente verificatisi nel mese di febbraio di quell’anno, l’uccisione a Genova, il 28 marzo, di quattro brigatisti rossi che, presumibilmente, detenevano l’archivio dell’organizzazione, l’arresto e la successiva, immediata collaborazione con la magistratura di Roberto Sandalo, esponente di Prima linea, assestano ai due gruppi colpi durissimi dai quali non riusciranno mai più a risollevarsi.

Ma il declino politico ed elettorale del Partito Comunista Italiano e quello della lotta armata dei gruppi di sinistra potrebbero arrestarsi ed il loro impegno potrebbe, addirittura, ravvivarsi e riprendere forza e vigore a partire dal 27 giugno, quando, nel corso di una battaglia aerea nei cieli italiani, un caccia militare di nazionalità rimasta sconosciuta abbatte con un missile sul cielo di Ustica un Dc-9 dell’Itavia con a bordo 81 cittadini italiani, fra membri dell’equipaggio e passeggeri.

Il caccia omicida, difatti, appartiene alle forze aeree di un Paese amico ed alleato, forse francese, forse americano o britannico, forse italiano, impegnato su quel cielo, insieme ad altri, in uno scontro con Mig libici.

Le gravissime conseguenze, interne ed internazionali, di un massacro che porta la firma dell’Alleanza Atlantica obbligano i vertici politici e militari italiani e della Nato ad iniziare un depistaggio senza precedenti, finalizzato ad occultare le verità.

Il 28 giugno, viene proposta la pista della bomba, ovviamente fascista, esplosa per errore sull’aereo diretto a Palermo, portata da tale Marco Affatigato; qualche giorno dopo inizia la campagna stampa per dimostrare che il Dc-9 Itavia è caduto per un cedimento strutturale derivato dal suo precario stato e dalla cattiva manutenzione.

Non è, questo, il solito depistaggio, che vede in genere coinvolto un numero tutto sommato ristretto di persone in grado di manipolare prove e di farle scomparire.

Quello sulla strage di Ustica vede impegnato tutto l’apparato militare e di sicurezza dello Stato italiano, che utilizza in maniera spregiudicata tutti i collegamenti che possiede in campo mediatico, politico e giudiziario.

La verità sul massacro di Ustica non avrebbe comportato solo un gravissimo perturbamento dell’ordine pubblico, con le manifestazioni indette dal Partito Comunista e dalle forze delle sinistra radicale, nonché con la ripresa delle azioni armate da parte dei gruppi di sinistra; ma anche la richiesta, non solo sulle piazze ma anche in Parlamento, dell’uscita dell’Italia dalla Nato, ed un processo che nemmeno il più governativo dei magistrati avrebbe potuto evitare a carico dei responsabili della difesa nazionale, politici e militari.

Le conseguenze che la verità sulla strage di Ustica avrebbe potuto provocare sono state sempre ignorate, sia in sede giudiziaria che politica e mediatica, facendo in questo modo venire meno le motivazioni di una strage mancata a Milano, il 30 luglio, e di una disgraziatamente riuscita a Bologna, il 2 agosto 1980, tutte e due attribuite con certezza ad elementi dell’estremismo missino.

Perché le due stragi rappresentano la terza fase del depistaggio di Stato: quella che consente di spostare l’attenzione dell’opinione pubblica e delle forze politiche di opposizione sull’eccidio “fascista”, facendo così calare il silenzio su quello di Ustica per almeno sei anni, tanti quanti bastano per disinnescare il pericolo che esso rappresentava nell’estate del 1980.

La confusa e velleitaria risposta della magistratura bolognese all’eccidio del 2 agosto pone, comunque, fine alla stessa esistenza di quelli che sono i residui delinquenziali dell’estremismo di destra.

Il 1980 vede, dunque, la fine ingloriosa del braccio violento dell’anticomunismo atlantico e di Stato, ai cui esponenti viene comunque garantita la protezione dei servizi segreti che devono assicurarsi il loro silenzio.

Il 1980 vede anche l’omicidio del presidente della Regione Sicilia, il democristiano Piersanti Mattarella. La verità ufficiale, sancita dalle sentenze della magistratura, pretende che sia stato un omicidio di mafia e, per questa ragione, ha condannato all’ergastolo i componenti della “cupola” di Cosa Nostra allora in carica.

Ma la verità è che sono rimaste ignote le motivazioni e gli autori materiali dell’assassinio di Piersanti Mattarella, dei quali si sa con certezza che sono venuti da Roma e che non appartenevano alla mafia.

Un delitto di mafia affidato per l’esecuzione a due killer non mafiosi?

Se la mafia palermitana aveva qualcosa in abbondanza, questi erano i professionisti dell’omicidio, persone capaci di sparare ed uccidere a colpo sicuro, freddi ed infallibili. Non necessitava quindi di farli venire da fuori Palermo, per di più trattandosi di estranei al suo mondo.

Il sospetto che la mafia si sia limitata a garantire la sua neutralità nell’omicidio di Piersanti Mattarella, deciso a Roma e non a Palermo, lasciando mano libera agli esecutori materiali, non è ancora affiorato negli ambienti giudiziari, politici e giornalistici.

Il fatto che le indagini siano state condotte dalla Squadra mobile della questura di Palermo diretta dal vicequestore aggiunto Giuseppe Impallomeni, affiliato alla loggia P2 e amico personale di Licio Gelli, autorizza il sospetto, se non la certezza, che queste siano state depistanti: fatte cioè per impedire l’emergere della verità sulle motivazioni, e quindi sui mandanti e sull’identità degli autori materiali dell’omicidio del presidente della Regione Sicilia, non a caso indicati in due delinquenti dell’estremismo missino, Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini.

Il 1980 è anche l’anno in cui la Loggia Propaganda 2, ufficialmente diretta da Licio Gelli, raggiunge il massimo del suo potere, che non è quello di un’organizzazione massonica che si è infiltrata nello Stato, ma che si dentifica con esso.

La P2, nel 1980, è lo Stato.

Ed è sufficiente scorrere i nomi di coloro che, nel corso dell’anno, chiedono di affiliarsi ad essa per averne la conferma.

La cronologia che presentiamo offre a chi la vorrà consultare la chiave di lettura degli eventi di un anno nel corso del quale avrebbe potuto cambiare la storia di questo Paese: se al suo interno ci fossero state forze politiche di opposizione reale a quel potere nazionale e sovranazionale che dalla fine della Seconda guerra mondiale lo dirige e l’opprime, confidando in un apparato mediatico ad esso totalmente asservito.

Anche il 1980 appartiene ad un passato che non passa, che non può e non deve passare perché attraverso il raggiungimento della verità su fatti come le strage di Ustica, il massacro di Bologna, la eliminazione fisica dai quattro brigatisti rossi di Genova, l’assassinio di Piersanti Mattarella, per citare i principali, la storia d’Italia si può ancora oggi cambiare.

Cronologia 1980

La cronologia offre la lettura dei fatti senza commenti perché ogni lettore si faccia le sue opinioni e giunga liberamente, senza condizionamenti, alle sue conclusioni – come è giusto che sia.

Opera, 24 gennaio 2021

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