La Trappola

La storia italiana del dopoguerra si dipana fra due pericoli presunti, l’insurrezione comunista e i colpi di Stato politico-militari, nessuno del quali si è mai concretizzato.

Non avrebbe potuto esserci mai la prima perché contraria agli interessi dell’Unione Sovietica, per la quale i1 rispetto dei patti di Yalta era un dogma.

Non avrebbe mai potuto esserci perché la Jugoslavia di Tito non avrebbe mai fornito armi, uomini e rifugio ai rivoltosi italiani, essendosi posta sotto la protezione della Nato, che sarebbe intervenuta se fosse stata invasa dall’Armata Rossa.

Non è mai stato contemplato in Italia un colpo di Stato militare per la semplice ragione che i vertici delle Forze Armate italiane avrebbero avuto bisogno, per compierlo, dell’autorizzazione e del sostegno degli Stati Uniti e della Nato.

Si è eventualmente, contemplato un golpe istituzionale, ovvero un’operazione militare disposta dai vertici politici.

Non a caso, nel luglio del 1960, si è parlato di un tentativo di golpe favorito dal presidente del Consiglio in carica, Ferdinando Tambroni; nel 1964, di un’azione affidata ai Carabinieri guidati dal generale Giovanni De Lorenzo, sotto il patrocinio del presidente della Repubblica, Antonio Segni; nel dicembre del 1969, la proclamazione dello stato di emergenza, decisa dal presidente del Consiglio, Mariano Rumor, in accordo con il presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat.

Ed è alla data del 13 dicembre 1969 che bisogna guardare per comprendere il fallimento di tutti i tentativi di golpe posti in essere negli anni successivi.

Perché quel giorno l’operazione iniziata nell’estate del 1968, finalizzata a fare dell’Italia una democrazia autoritaria, prendendo a modello la Germania Federale, si blocca con la decisione del presidente del Consiglio Mariano Rumor di vietare tutte le manifestazioni, compresa quella, organizzata per il giorno successivo, 14 dicembre, a Roma, dal Movimento Sociale Italiano che, riprendendo un piano ideato nel mese di giugno del 1964, avrebbe dovuto provocare violentissimi e sanguinosi incidenti con gli avversari politici, giustificando l’intervento delle forze armate per ristabilire l’ordine.

Ancora oggi nessuno ha mai dato una spiegazione alla decisione di Mariano Rumor, le cui motivazioni rimangono avvolte nel più assoluto segreto.

Se ne conoscono però le conseguenze: da quel giorno il fronte unitario, che andava dal Partito Socialista Italiano al Movimento Sociale Italiano, passando per la Democrazia Cristiana ed il Partito Socialdemocratico, si spacca, ed ognuno da quel giorno in avanti agirà per proprio conto.

L’operazione alla quale Junio Valerio Borghese presta nome e volto è frutto delle delusione del 13 dicembre 1969, che lo induce a credere che a quel fallimento si può rimediare comunque, dato che ormai si è radicata in certi ambienti politici e militari l’idea che un’azione di forza sia l’unica soluzione possibile per fermare il Partito Comunista ed i suoi alleati.

Le forze armate, in ogni Paese del mondo, sono in grado di assumere il potere nel giro di poche ore, sempre che i loro vertici siano concordi e coordinati, senza dover fare conto su milizie civili come supporto.

Il cosiddetto “golpe Borghese” ci offre, viceversa, lo spaccato di un mondo in cui i civili sono alla ricerca affannosa di armi, tanto da andare a recuperarle nell’armeria del ministero degli Interni, per fare l’esempio più noto, quando la sola Arma dei Carabinieri poteva porre a disposizione tutte le armi non registrate in possesso dei propri comandi in tutta Italia.

Nella narrazione del “golpe Borghese”, a proposito del ruolo che avrebbero dovuto ricoprire i Carabinieri, si esclude la partecipazione del comandante generale dell’Arma e, contestualmente, quella del Capo di Stato Maggiore, gen. Arnaldo Ferrara, politicamente vicino al Partito Repubblicano nel quale militava il fratello, parlamentare, legato ai servizi segreti israeliani, essendo egli stesso ebreo.

Appare poco credibile che reparti dell’Esercito italiano si siano posti alle dipendenze del generale Duilio Fanali, Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare, che avrebbe dovuto impartire, “cosciente e volente”, dal ministero della Difesa l’ordine di attacco.

Sul piano politico, poi, il punto di riferimento era il solo Giulio Andreotti? Se così fosse stato, la copertura politica sarebbe stata ampiamente insufficiente. È vero che era stato previsto l’arresto del presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, ma non è stato mai chiarito perché i “golpisti” anti-comunisti avrebbero dovuto detenere un esagitato anticomunista come lui.

Il 12 dicembre 1969, era state proprio Saragat a richiedere la dichiarazione di “pericolo pubblico”, bloccata dal ministro degli Interni, Franco Restivo, che gli aveva ricordato che l’autorità per farla era del solo presidente del Consiglio, Mariano Rumor.

Nel giro di un anno, Giuseppe Saragat era diventato un nemico da neutralizzare?

Il “golpe Borghese” matura all’interno di una faida interna allo schieramento politico anticomunista italiano, finalizzata ad una resa dei conti trasversale – non solo, quindi, a salvare l’Italia dal comunismo.

Si parla sempre e soltanto degli eventi della notte del 7-8 dicembre 1970, ma per comprendere le ragioni del fallimento del “golpe” è necessario fare un passo indietro: tornare a quel 7 agosto 1970 quando l’ambasciatore americano, allertato da una confidenza del generale Vito Miceli, comandante del Sios Esercito, informa il Dipartimento di Stato Usa che per il 15 agosto è previsto un “golpe” in Italia, guidato da Junio Valerio Borghese.

Il Dipartimento di Stato blocca l’operazione perché la ritiene destabilizzante e, per di più, di esito incerto: non è mai state chiarito se i suoi responsabili abbiano informato ii ministro degli Esteri, Aldo Moro, il presidente del Consiglio, Emilio Colombo, e il presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, ma è certo che l’ambasciatore americano provvide ad informare il direttore del Sid, ammiraglio Eugenio Henke, legatissimo ai sodialdemocratici.

Cosa ha fatto l’ammiraglio Henke? Ha tenuto il segreto per sé o ha informato i suoi superiori gerarchici, il Capo di Stato Maggiore della Difesa ed il ministro della Difesa? Domande rimaste senza risposta, anche perché nessuno le ha mai poste nelle sedi opportune.

Un fatto è certo: dopo la visita in Italia del presidente americano, Richard Nixon, a fine settembre, il tentative di “golpe” prosegue sotto la protezione del Sid, da metà ottobre guidato dal generale Vito Miceli, lo stesso che il 7 agosto aveva informato l’ambasciata americana dei propositi golpisti di Borghese ed amici.

Si è detto che è stato personalmente Richard Nixon ad autorizzare l’operazione disattendendo il parere contrario della sua diplomazia, ma il “golpe” fallisce miseramente.

Giulio Andreotti accuserà Giorgio Almirante di averlo fatto fallire, informando la sera del 7 dicembre 1970 il ministro degli Interni, Franco Restivo, non partecipe del progetto golpista, di quanto stava accadendo.

Ma il tradimento di Giorgio Almirante e l’intervento verbale del ministro degli interni, Franco Restivo, non avrebbero potuto arrestare la macchina del “golpe” se questo fosse state quello “degli americani e delle forze armate”, come ha dichiarato l’ex parlamentare missino Ernesto De Marzio.

Ci sono state promesse, certo, ci sono state adesioni, sia da parte americana, sia da parte di ufficiali inferiori e superiori delle forze armate e di polizia, ma non a livello di vertici politici e militari. Gli americani si sono tenuti coperti, così come la Nato, il cui segretario generale era all’epoca l’italiano Manlio Brosio, mentre l’unico politico che si espone è Giulio Andreotti, non abbastanza potente per parlare a nome dell’intera Democrazia Cristiana.

Inoltre, è evidente (anche se mai è stato provato) che le intenzioni golpiste dell’ambiente che rappresentava Junio Valerio Borghese erano note ai più alti livelli politici e militari.

Perché non hanno agito preventivamente? Forse perché il golpe che, per il passato di Junio Valerio Borghese sarebbe stato qualificato come “fascista”, attuato contro la democrazia nata dalla Resistenza, avrebbe dovuto essere sventato mentre era in corso con una massiccia serie di arresti negli ambienti dell’estrema destra e dei “congiurati”?

Un indizio in tal senso viene dal racconto che il triestino Claudio Scarpa fa a Madrid, presenti chi scrive e Stefano Delle Chiaie. Scarpa ricorda che nel dicembre del 1969 o del 1970, lui ed altri tre o quattro militanti di Avanguardia Nazionale, erano stati prelevati nelle loro abitazioni dai Carabinieri e condotti un una caserma sul Carso, da dove saranno rilasciati due o tre giorni dopo senza alcuna spiegazione.

Delle Chiaie commenta che nel 1969 un episodio del genere era “impossibile”, mentre nel dicembre del 1970 poteva essersi verificato.

Un indizio dell’esistenza di un piano anti-insurrezianale, custodito da alcuni ufficiali dei carabinieri, come ha avuto modo di dichiarare il pentito ordinovista Paolo Aleandri in ottimi rapporti con Alfredo e Fabio De Felice e con Licio Gelli.

Un piano che non scatta, per la rapidità con la quale viene impartito il contrordine ai “golpisti”, che si ritirano con la coda fra le gambe, mantenendo però le speranze di una rivincita per gli anni successivi.

Sulla “notte dell’Immacolata” cala poi il silenzio, che dura fino all’autunno del 1974 – quando saranno resi noti, parzialmente, i fatti e i nomi, sotto la regia di Giulio Andreotti.

Un silenzio che si giustifica con la necessità di tenere le carte coperte dall’una e dall’altra parte: necessario per i “golpisti”, funzionale per i loro avversari.

Un gioco sporco, uno dei tanti posti in atto in questa Repubblica sventurata, ancora sconosciuto nei suoi aspetti reconditi perché si regge e sopravvive sull’omertà.

Opera, 1° febbraio 2021

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