Una Verità Negata

Leggo un libro dedicato alla memoria di cinque anarchici morti in un presunto incidente stradale il 26 settembre 1970.

Gianni Aricò, Annelise Borth, Angelo Casile, Franco Scordo e Luigi Lo Celso vengoro da Reggio Calabria dove abitano e vivono. Sono anarchici, sono stati a Roma, hanno sporadicamente frequentato anche la sede del circolo “22 marzo” di Mario Merlino e Pietro Valpreda, ma quel giorno sono diretti nella capitale per portare a Veraldo Rossi un dossier da loro preparato sulla rivolta di Reggio Calabria e la strage di Gioia Tauro.

I cinque ragazzi sanno ormai la verità sul circolo “22 marzo” perché la figura di Mario Merlino è ormai nota come quella di un infiltrato fra gli anarchici, mentre non conosciamo il loro giudizio su Pietro Valpreda: ma non è un caso the il loro interlocutore sia Veraldo Rossi, titolare del circolo anarchico “Bakunin”, che aveva buttato fuori Valpreda, accusandolo di essere un provocatore e un confidente della polizia.

La dinamica dell’incidente ricostruita dall’autore, Pablo Cuzzola, fa ritenere legittimamente che il loro sia stato un omicidio, che siano stati uccisi per evitare che portassero a Veraldo Rossi il risultato delle loro indagini.

Ma i cinque giovani anarchici per quale motivo dovevano morire? Cosa potevano aver scoperto di tanta importanza da essere eliminati prima che portassero a conoscenza di altri quanto sapevano?

Il libro è stato pubblicato nel mese di luglio del 2020, quando ormai le verità sulla strage di Gioia Tauro è stata accertata, ma l’autore, che pure accenna ad un viaggio a Palermo e al giornalista Mauro De Mauro, ucciso perche a conoscenza, forse, della preparazione del “golpe Borghese”, non collega i fatti – come invece probabilmente avevano fatto i cinque giovani anarchici.

Un vero peccato, perché il modo migliore per rendere omaggio alla memoria dei cinque ragazzi è quello di ritenere che avessero compreso che la rivolta di Reggio Calabria e la strage di Gioia Tauro erano la reiterazione del piano di destabilizzazione dell’ordine pubblico già attuato nel mese di dicembre del 1969.

Stesso piano, stesse menti, stesse mani.

Gioia Tauro come piazza Fontana, la rivolta di Reggio Calabria come Valle Giulia, con la differenza che il 10 marzo 1961 i militanti di estrema destra erano infiltrati fra gli studenti ed ora agivano in accordo con i mafiosi.

Non sapremo mai se i cinque ragazzi anarchici avessero raccolto elementi di prova, o almeno indiziari, su questa verità, sul filo che univa la strage di Piazza Fontana a quella di Gioia Tauro e ad una rivolta che, non a caso, vedeva affiancati contro le forze di polizia due “forze d’ordine”: la n’drangheta e l’estrema destra.

Nemmeno riusciremo a sapere se i cinque anarchici avessero avuto almeno sentore dell’imminenza del “golpe Borghese”, fissata per il 15 agosto 1970, che doveva stabilizzare quel Paese che episodi come la rivolta di Reggio Calabria e la strage di Gioia Tauro contribuivano a destabilizzare.

Scegliamo di credere di sì, che i cinque giovanissimi anarchici avessero non solo intuito ma saputo anche una verità parziale su quanto stava accadendo nella loro città e su quanto stava per accadere in Italia.

Perché ci sembra giusto affermare che perfino in Italia per uccidere ci devono essere validi motivi, e riteniamo che i cinque ragazzi non sono state sacrificati per banalità, per ciarle da bar, per dicerie facilmente smentibili.

Non escludiamo che avessero ben compreso le ragioni per le quali Veraldo Rossi – il loro interlocutore a Roma – avesse cacciato con disprezzo Pietro Valpreda dal suo circolo e le condividessero, magari portando elementi a sostegno della estraneità di quest’ultimo dal mondo anarchico.

Non lo sappiamo perché loro sono morti in un “incidente stradale” e, per fortunate (per Valpreda) coincidenze, la stessa fine farà Veraldo Rossi nel 1974.

Quella di questi cinque ragazzi anarchici è ancora oggi una “storia negata” perché è negata la verità che loro avevano intuito, quella relativa alla rivolta di Reggio Calabria, alla strage di Gioia Tauro, ai movimenti golpisti e, pensiamo, anche a Pietro Valpreda.

Le dichiarazioni di Alfredo Sestili sul viaggio a Carrara di Valpreda con cinque elementi di Avanguardia Nazionale, anch’essi finti anarchici, erano note, come lo erano quelle dello stesso Valpreda che, per la strage del 12 dicembre 1969 a Milano, aveva indicato come autore materiale un anarchico vero che gli somigliava tanto.

In questo modo, Pietro Valpreda confermava l’attendibilità del tassista Cornelio Rolandi che lo aveva, comprensibilmente, confuso con un proprio sosia e, soprattutto, la bontà della “pista anarchica” indicata dalla polizia per la strage di piazza Fontana.

Se questo era un anarchico…

Non solo uno può essere stato il motivo della morte violenta dei cinque ragazzi anarchici, ma se uno o tutti insieme l’hanno determinata, chi li voglia ricordare ha il dovere di affermare la verità, la loro verità – perché qualcuna essi l’hanno raggiunta o, almeno, ad essa si sono avvicinati tanto da morirne.

Sono trascorsi più di cinquant’anni, nel corso dei quali sono emersi fatti e responsabilità, ma ancora ci si ostina a tacere, e spesso a negare, quanto la storia offre come verità.

La rivolta di Reggio Calabria, la strage di Gioia Tauro, il golpe Borghese del 15 agosto 1970 sono tutti eventi legati in maniera logica ed indissolubile: le prime due erano necessarie per l’attuazione del terzo, e nessuno può affermare il contrario.

In un Paese in cui la memoria dei morti è utilizzata per fini politici, per favorire l’affermazione delle menzogne ufficiali dello Stato e del regime, sarebbe il momento di rispettarla con la verità o con il silenzio.

Non sappiamo con certezza perché i cinque anarchici sono morti, ma sappiamo che cercavano verità e, allora, onoriamoli con la verità e la loro non sara più una storia dimenticata ma una presenza viva ed attuale.

 

Opera, 2 febbraio 2021

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