L’Amico dell’Amico

Su L’Espresso, Paolo Biondani evita di commentare le motivazioni della sentenza di condanna all’ergastolo di Gilberto Cavallini depositate dalla Corte di assise di Bologna: preferisce dedicare la sua attenzione ai sospetti che continuano a pesare su Valerio Fioravanti e sullo stesso Cavallini di essere gli autori materiali dell’omicidio del presidente della Regione Sicilia, Piersanti Mattarella, il 6 gennaio 1980.

Per Biondani, quello di Mattarella fu un delitto di mafia che, nel migliore dei casi, non doveva apparire come tale – visto che l’esecuzione è stata affidata a due killer venuti da fuori.

Una scelta, questa, che induce a credere che l’eliminazione fisica del presidente della Regione Sicilia non fu presa dalla “cupola” mafiosa: ma, eventualmente, da una fazione che ha agito all’insaputa degli altri, e che, pertanto, si è messa in condizione di negare ogni responsabilità, affidando l’esecuzione del delitto a due killer esterni.

A far dubitare della mafiosità dell’omicidio c’è, però, anche il fatto che non c’è traccia di appoggio logistico, da parte dei “compari” palermitani, ai due killer, che si organizzano ed agiscono per conto proprio, a viso scoperto, nella certezza che mai potranno essere riconosciuti, proprio perché estranei agli ambienti mafiosi palermitani.

Biondani riporta le dure critiche dei giudici della Corte di assise di Bologna, rivolte a quelli che a Palermo hanno assolto Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini dall’accusa di aver assassinato Piersanti Mattarella – ma non si pone domande.

Ad esempio: perché è stata ritenuta credibile la ritrattazione di Cristiano Fioravanti, che aveva accusato il fratello Valerio di aver preso parte all’uccisione di un politico siciliano, eseguita in presenza della moglie?

Perché non è stata ritenuta attendibile la testimonianza della moglie di Piersanti Mattarella, che aveva riconosciuto in Valerio Fioravanti il killer del marito, scegliendo di credere che si era confusa con Antonino Madonia, mafioso, il quale però non sarà mai perseguito per il delitto?

E proprio il nome di Antonino Madonia porta al funzionario di polizia che lo aveva proposto come il killer alternativo a Valerio Fioravanti, cioè al vicequestore aggiunto, Giuseppe Impallomeni, capo della Squadra Mobile della Questura di Palermo.

Per anni si è parlato del questore di Palermo, Giuseppe Nicolicchia, perché legato a Licio Gelli, giunto a Palermo a fine maggio del 1980, ma si è sorvolato sulla figura di Impallomeni, affiliato alla loggia P2, amico personale di Licio Gelli, con il quale si dava del “tu”.

Biondani, ovviamente, non ipotizza un depistaggio delle indagini sull’omicidio di Piersanti Mattarella: eppure la presenza di un amico dell’amico Licio Gelli, a capo della Squadra mobile, che tanto si è speso per “provare” la responsabilità della mafia, dovrebbe suggerirlo, per lo meno come ipotesi.

Perché qui si parla di amici e di amici degli amici. È provato il rapporto di amicizia fra i fratelli Fabio e Alfredo De Felice con Licio Gelli ed il loro rapporto con Aldo Semerari e Paolo Signorelli, il quale è amico di Valerio Fioravanti e, secondo le testimonianze di Aldo Tisei a Gianluigi Napoli, anche di Licio Gelli.

Il 20 dicembre 1984, in sede giudiziaria, Aldo Tisei, stretto collaboratore di Paolo Signorelli, riferisce: «Sono al corrente che già dal 1979 vi erano rapporti conviviali tra Signorelli e Gelli. Costoro spesso andavano a cena insieme…».

Il 21 ottobre 1984, Gianluigi Napoli, ordinovista di Rovigo, aveva a sua volta dichiarato:

«Durante la mia detenzione ebbi modo di conoscere Pierluigi Scarano, che era legatissimo a Signorelli. Egli era in profonda crisi ideologica, perché aveva scoperto troppi intrighi e cose strane nella destra. La batosta più grave la ricevette quando si diffuse la notizia che Signorelli aveva partecipato a una cena, anzi a varie cene, con Gelli e uomini della P2. Si diceva anche che a una di queste avesse partecipato, come uomo di fiducia di Signorelli, Valerio Fioravanti…».

Sono testimonianze dimenticate dai giudici di Palermo, e anche da quelli di Bologna, che ritengono di aver individuato i mandanti della strage del 2 agosto 1980, ma, fino ad oggi, non hanno fatto cenno agli intermediari fra loro e gli esecutori della strage.

Sono testimonianze che vanno ricordate anche a proposito dell’omicidio di Piersanti Mattarella perché, sia pure con tutte le cautele del caso, delineano un insieme di rapporti personali credibile e collegato agli ambienti della banda della Magliana di cui Fioravanti era frequentatore.

Se colleghiamo le amicizie di Licio Gelli nel sordido mondo dell’estrema destra romana a quella che lo univa al vice-questore Impallomeni, ne traiamo il ragionevole convincimento che quest’ultimo mai e poi mai avrebbe seguito la pista che portava a Fioravanti e Cavallini.

Infatti, ha seguito con tenacia quella che portava alla mafia, ma senza portare un solo elemento probatorio a favore della sua tesi.

In fondo, Giuseppe Impallomeni, funzionario di polizia sospeso dal servizio perché sospettato di intascare tangenti dalle bische a Firenze, giunge a Palermo, dopo l’omicidio del vicequestore Boris Giuliano (21 luglio 1979) e la partenza da New York per la Sicilia di Michele Sindona (2 agosto 1979), dopo essere stato elevato dal 309° posto nella graduatoria dei vice-questori al 13° posto, da parte di qualcuno che fino ad oggi è rimasto ignoto.

Non è un caso che, perfino sulla stampa, sarà elevata a carico di Impallomeni l’accusa di aver favorito la latitanza di Sindona a Palermo.

Sospetto legittimato dal fatto che, tolto di mezzo Boris Giuliano, il suo posto viene occupato da un amico di Licio Gelli che, a sua volta, è amico di Michele Sindona.

La stessa situazione si verifica dopo l’omicidio di Piersanti Mattarella perché l’amico dell’amico (Impallomeni) si ritrova ad indagare sugli amici dell’amico (Licio Gelli), con lo scontato esito che tutti conosciamo.

Nel suo articolo dedicato alla presumibile responsabilità dei “neri” nell’omicidio del presidente della Regione Sicilia, Biondani non cita mai il capo della Squadra mobile di Palermo, Giuseppe Impallomeni, perché evocarne la figura, ricostruirne la carriera, significa aprire un vaso di Pandora.

Il vicequestore Giuseppe Impallomeni, affiliato allo loggia P2, amico personale di Licio Gelli, si trova a Palermo ad indagare sulla presunta responsabilità di Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini nell’omicidio di Piersanti Mattarella, ovvero su due dei personaggi condannati per la strage di Bologna del 2 agosto 1980, per la quale i magistrati della Procura generale ritengono Licio Gelli uno dei mandanti.

Sono, di conseguenza, due i “misteri” italiani nei quali compaiono i nomi di Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini, con sullo sfondo la figura di Licio Gelli e della sua organizzazione: ma, se non si cita il nome e il ruolo di Giuseppe Impallomeni a Palermo, la traccia viene cancellata nel primo dei due episodi.

Furbo, anzi furbissimo Biondani, che si trova anche in netta difficoltà nel parlare di Impallomeni – perché dovrebbe spiegare come mai, dopo l’esplosione del caso P2, la commissione del ministero degli Interni, negando l’evidenza delle prove, assolve il funzionario per la sua affiliazione alla loggia gelliana e lo ha destinato a dirigere la Digos di Venezia, perché possa seguire le indagini sull’attentato di Peteano del 31 maggio 1972, affiancando Felice Casson.

L’inchiesta sull’attentato di Peteano viene riaperta dalla loggia P2 nell’autunno del 1976, con un’operazione combinata fra Giulio Andreotti, presidente del Consiglio, Giuseppe Santovito, direttore del Sismi, Licio Gelli e Mario Tedeschi per favorire elettoralmente il gruppo di Democrazia Nazionale da quest’ultimo capeggiato.

Nel mese di marzo del 1981, secondo la leggenda metropolitana, la loggia P2 viene neutralizzata, l’amico dell’amico viene assolto per la sua affiliazione e destinato, guarda caso, a svolgere le indagini nell’ambito dell’inchiesta, riaperta dalla P2.

Sarebbe sufficiente comprendere come abbia fatto la P2 a far riaprire un’inchiesta e a dirigerla, tramite un proprio uomo, dopo che ufficialmente era stata scoperta e resa inoffensiva, per mettere in dubbio le verità ufficiali diffuse, ancora oggi, anche da L’Espresso e da Biondani, sulla realtà di un’organizzazione presentata come “contro-potere”.

La storia di Giuseppe Impallomeni dimostrerà, quando si potrà scriverla integralmente, che la P2 era il potere: che, ovviamente, non è stato danneggiato dalla scomparsa ufficiale della Loggia e dai guai giudiziari di Licio Gelli.

Un potere che ha gestito: l’omicidio di Boris Giuliano, necessario per proteggere la latitanza di Michele Sindona a Palermo; la carriera di Giuseppe Impallomeni; l’omicidio di Piersanti Mattarella e il depistaggio delle indagini; la riaperture dell’inchiesta su Peteano e i successivi depistaggi; la strage di Bologna del 2 agosto 1980 e quella tentata a Milano il 30 luglio 1980; e i depistaggi ancora oggi in corso.

Perché il potere gestisce anche giornali e giornalisti, senza i quali non potrebbe ingannare gli italiani spacciando gli “amici” come nemici e inventando un proprio doppio, che denuncia come “contro-potere”.

Per questa ragione gli articoli de L’Espresso e di Paolo Biondani sono funzionali alla campagna di disinformazione del regime e dello Stato, che ha il compito di coprire quello che dovrebbe essere scoperto, di oscurare quello che che dovrebbe essere illuminato, di confondere quello che dovrebbe essere chiarito.

La disinformazione è prassi che sarebbe ingiusto attribuire solo a L’Espresso, la cui spiegazione e ragion d’essere è scoperta, alla luce del sole: il potere decide le cariche, gli incarichi, le nomine e gli stipendi. E tutti i giornalisti hanno famiglia, così si attengono all’antico e sempre attuale motto: Franza o Spagna purché se magna.

Buon appetito.

 

Opera, 10 febbraio 2021

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