Il Golpista

Sugli eventi della notte fra il 7 e l’8 dicembre 1970, quando divenne operativo il cosiddetto “golpe Borghese”, ancora oggi si accredita la leggenda che su di essi, su quanto è realmente accaduto, non esista la verità.

Conveniamo che la verità, tutta la verità, in effetti non è ancora conosciuta, per la semplice ragione che il “golpe Borghese” s’inquadra in un’operazione molto più vasta, che non inizia e finisce nella “notte dell’Immacolata”, in cui vengono allo scoperto i burattini mentre rimangono avvolti nell’oscurità i burattinai,

Non tutti, però: perché parte dei loro nomi sono stati resi pubblici dallo storico Aldo Giannuli in una relazione di consulenza redatta per conto della procura della Repubblica di Brescia il 10 settembre 2004, pubblicata, a cura di Solange Manfredi, nel mese di agosto del 2014 in un libro intitolato Il golpe Borghese.

Giannuli prende in esame una lettera-testamento del comandante Junio Valerio Borghese, una seconda lettera a firma “Isla”, che integra la precedente, e una serie di “appunti” che riguardano lo svolgimento del tentato golpe nella notte fra il 7 e l’8 dicembre 1970.

La lettera, inviata dalla procura della Repubblica di Milano l’8 agosto 1980 alla Commissione parlamentare d’inchiesta, e non al Tribunale di Roma, è stata subito dichiarata apocrifa e immediatamente cancellata dalla storia del “golpe Borghese”.

Lo storico Aldo Giannuli, viceversa, dopo un’accurata analisi, propende per l’autenticità del documento, che non presenta incongruenze e contraddizioni tali da far ritenere che sia stato costruito ad arte per motivi inconfessabili, magari per ricattare alcuni dei personaggi citati.

C’è da rilevare e sottolineare che la lettera è stata dichiarata falsa solo in sede politica perché, fino al 2003 non era mai stata esaminata dalla magistratura, che avrebbe dovuto compiere quegli accertamenti che la Commissione parlamentare d’inchiesta non ha ritenuto di fare.

Le ragioni che hanno spinto la politica e la dipendente magistratura ad archiviare la lettera e i documenti emerge dalla loro lettura, perché in essa ci sono nomi, fatti e circostante di cui si è sempre sommessamente parlato come di ipotesi non riscontrate e non riscontrabili.

Viceversa, ad esempio, la conferma del ruolo nefasto per l’Italia rivestito da James Jseus Angleton emerge da quanto scrive Junio Valerio Borghese, il quale afferma che l’occasione di

liberare l’Italia… ebbe a presentarsi allorché la ventennale amicizia con Angleton si trasformò in vera fraternità e mi venne offerta in concomitanza alla Sua nomina a capo dei servizi americani per l’area mediterranea”.

L’ispiratore o, per dirlo in modo crudo, il burattinaio fu James Jesus Angleton, il potente funzionario della Cia che, in effetti, fu anche il responsabile del servizio americano per l’intero bacino del Mediterraneo.

Fu lui, Angleton, a presentare a Junio Valerio Borghese responsabili del Dipartimento di Stato americano e della forze Nato, che indicarono in Giulio Andreotti il personaggio politico più idoneo ad assumere la presidenza del primo governo che sarebbe stato costituito dopo il colpo di Stato.

Fu sempre lui, Angleton, a mettere in contatto Borghese con Gilberto Bernabei, “plenipotenziario” di Giulio Andreotti, con il quale elaborò nel tempo il piano relativo al “colpo di Stato”, con il contributo informativo sull’operato dei governi italiani anche del generale Giovanni De Lorenzo.

Non è un “golpe fascista” quello che capeggia Junio Valerio Borghese, che non trova alleati nel Movimento Sociale Italiano e, infine, neanche in Ordine Nuovo, che non si accorda sull’entità dei finanziamenti che pretendeva di avere.

È un “golpe di centro”, ispirato da un funzionario di altissimo livello della Cia, fucilatore di giovanissimi sabotatori della Rsi (insieme a Umberto Federico D’Amato), dimenticati dal comandante Junio Valerio Borghese, che verso Angleton ha un debito di riconoscenza per averlo sottratto ai partigiani, andando a prenderlo a Milano e a portarlo, in divisa americana, fino a Roma, da Giulio Andreotti, che utilizza come braccio destro un gerarca ex fascista che aveva tradito i suoi camerati durante la Rsi, dove aveva ricoperto la carica di capo ufficio stampa del ministero della Cultura popolare, assunta, dopo di lui, da Giorgio Almirante e che, infine, era scappato a Roma per evitare l’arresto nel mese di dicembre del 1944.

Se questo era Gilberto Bernabei, sul conto del generale Giovanni De Lorenzo è sufficiente ricordare che era medaglia d’argento al V.M. della Resistenza.

È una lettera difensiva quella redatta da Borghese che, ad un certo punto, scrive di aver incontrato personalmente Giulio Andreotti, subito dopo l’Epifania del 1970, il quale si è “finalmente impegnato” e vuole che l’operazione abbia luogo “per l’agosto o settembre”, ma “non sono d’accordo e mi riservo”, conclude il comandante.

Sul punto è però smentito dai documenti americani, che rivelano come la data del “golpe” fosse stata fissata al 15 agosto 1970, posticipata per l’opposizione al progetto del Dipartimento di Stato, allertato il 7 agosto dall’ambasciata americana, informata dal generale Vito Miceli, comandante del Sios Esercito, lo stesso che come direttore del Sid avrebbe appoggiato il tentativo del 7-8 dicembre 1970 o almeno lo avrebbe coperto.

Quanto scrive Junio Valerio Borgklese conferma che non era il “golpe” delle Forze Armate, ma di una frazione, non si comprende quanto vasta, di esse, in concorso con aliquote delle forze di polizia e dei Carabinieri.

Il fallimento del golpe, Borghese lo attribuisce “unicamente all’ingenuità di un Capitano del SIOS, al suo generale e al colonnello Genovesi”, ma Giulio Andreotti lo fa ricadere su Giorgio Almirante che avrebbe informato di quanto stava accadendo il ministro degli Interni, Franco Restivo.

Giulio Andreotti è certamente più informato di Borghese, perché è proprio lui, scrive il comandante nei suoi appunti, ad impartire, tramite il fedele Gilberto Bernabei, il contrordine alle ore 01.39 dell’8 dicembre 1970.

Cosa sia accaduto lo racconta lo stesso Borghese:

“Un capitano per ora sconosciuto del SIOS alle 10.30 ha incontrato il generale Apollonio, e gli ha fatto cenno delle ultime disposizioni coi sicurezza. Apollonio è rosso, per lui se non continua così salterà la carriera. Allerta il SID e parla con Genovesi. Telefona pare anche a Boldrini del PCI, avvisa il Quirinale. Miceli è pressato da Genovesi, tergiversa sino a che può, poi avverte Bernabei e Glavio. Gli americani sanno già e si ritirano. L’ordine di A a Bernabei è categorico. Alle 2 tutto deve essere finito. Gli ha dato poco più di un’ora per smobilitare”.

Gli appunti di Borghese rivelano che le adesioni al colpo di stato c’erano in campo militare come in quello della sicurezza, ma non spiegano la necessità di utilizzare civili, troppi civili, impegnati a reperire armi, ad esempio, all’interno del ministero degli Interni – dove è difficile credere che li abbiano fatti entrare solo un medico della polizia e due “celerini”, che li hanno condotti fino all’armeria.

Nessun altro li ha visti entrare e li ha visti uscire portandosi appresso un mitra MAB?

E ci sono stati parecchio tempo, se Borghese può annotare che “da oltre tre ore Crescenzi è al Viminale. Tutto normale”. E sono quelli di Avanguardia Nazionale, perché Crescenzi può essere identificato come Giulio Crescenzi, dirigente dell’organizzazione di Stefano Delle Chiaie.

Un’operazione inutile per il reperimento di armi, visto che lo stesso Borghese annota: “Al Viminale hanno raccolto, pare, oltre 100 mitra ma ci sono poche pallottole e mancano dei caricatori…”.

Un piano complesso fallito per la telefonata di Giorgio Almirante a Franco Restivo, come afferma Giulio Andreetti, o per quelle di Renzo Apollonio al Sid, ad Arrigo Boldrini del Pci, a Giuseppe Saragat al Quirinale?

Tutto può essere, ma la reticenza di Junio Valerio Borghese e il silenzio di quelli che sanno impedisce ancora oggi di giungere ad una verità completa.

Mancano i nomi dei componenti del governo che sarebbe sorto dopo il “colpo di Stato” presieduto da Giulio Andreotti; non si fa cenno al ruolo degli ufficiali ai vertici dell’Esercito, primo fra tutti quello del generale Enzo Marchesi, di cui non si comprende se era partecipe o ignaro; manca il nome del generale Arnaldo Ferrara, Capo di Stato Maggiore dell’Arma dei Carabinieri, insieme ad altri

Cosicché ne esce il ritratto di un “golpe” che parte dal basso, totalmente estraneo alla mentalità dei generali italiani, nessuno dei quali rischierebbe mai la carriera e lo stipendio per “salvare l’Italia”, agendo al di fuori delle gerarchie e all’insaputa o contro i proprio superiori militari e politici.

Un “golpe” fallito per il quale nessuno paga.

Un mistero che si aggiunge agli altri, perché non spiega per quali ragione tutti siamo rimasti zitti e al loro posto. Passi che a tacere siano i “golpisti”, per ovvie ragioni difensive, ma i loro bersagli, coloro che dovevano essere arrestati o, comunque, destituiti dai loro incarichi – perché hanno taciuto?

Junio Valerlo Borghese scrive:

Orlandini è calmo. Alle 9 ha telefonato al colonnello “P” del Servizio. Quanto ha appreso è contrastante ma è certo che lo stesso “P” ha contattato per filo Tanassi, Saragat e Taviani. L’ordine è di tacere. Nulla è accaduto. Possiamo stare tranquilli”.

L’8 dicembre 1970, tutti sanno, compresi i vertici del Pci, se fosse vera la telefonata del gen. Apollonio ad Arrigo Boldrini, e tutti stanno zitti.

Non c’è traccia almeno di una reazione silenziosa al tentativo di “golpe”, perché non risultano epurazioni all’interno delle Forze Armate e di polizia, dove tutti proseguono nelle loro carriere senza subire contraccolpi.

Il “golpe” non c’è mai stato, afferma la politica, e alla stessa identica, conclusione giungerà la magistratura romana, dopo aver inscenato una farsa processuale con i giudici sul libro paga di Giulio Andreotti, assolvendo i “congiurati”, compresi i rei confessi.

La scelta di occultare tutto, fatta dai vertici della politica italiana, avrà conseguenze drammatiche perché i “golpisti” si sentiranno autorizzati a coltivare l’ambizione di giungere al potere con un atto di forza fino all’autunno del 1974.

Gi sono segreti che vanno ben al di là dei fatti della “notte dell’Immacolata” del 1970, tali da consentire a Giulio Andreotti di rafforzare la propria posizione all’interno della Democrazia Cristiana, promuovendo l’inchiesta giudiziaria sul “golpe Borghese”, utilizzato come arma di ricatto nei confronti di politici e militari le cui sorti erano nelle sue mani.

Sarà un democristiano, Filippo De Jorio, il solp ad avere il coraggio di definirlo un “Giuda”, ricavandone un ferimento alle gambe, firmato Nap, che chiarirà – non solo a lui – come l’omertà fosse il solo modo di restare in vita.

Ancora oggi c’è chi afferma di cercare la verità sul “golpe Borghese”, magari utilizzando le tardive dichiarazioni di un vecchio spione che cerca di ritagliarsi un posticino in una storia che non conosce, mentre qualcun altro si spinge ad affermare la contrarietà di Giulio Andreotti al “golpe”, proponendosi come lo scopritore di una verità alternativa.

In realtà, sulla corresponsabilità di Giulio Andreotti nel “golpe Borghese” nessuno ha mai avuto dubbi di sorta, solo che nessuno ha mai portato una prova decisiva in grado di trasformare il sospetto in certezza.

La prova c’era, era agli atti parlamentari, presente fin dall’8 agosto 1980, ma è stata debitamente ignorata da tutti, in primo luogo dallo storicume italiano, per il quale una decisione politica, quella di dichiarare apocrifa una lettera, senza compiere alcun accertamento, è stata ritenuta sufficiente per cancellarla dalla storia.

Per gli storici (ma possiamo definirli così?) italiani la parola di quattro scalzacani parlamentari basta e avanza.

Non è così però, lo dimostra lo storico (questa volta vero storico) Aldo Giannuli, che, dopo aver analizzato la lettera e gli altri documenti, propende per la loro veridicità.

Oggi al “golpista” della notte dell’Immacolata del dicembre 1970 possiamo pacificamente attribuire le responsabilità di aver favorito il tentativo e di averlo fermato, impartendo alle ore 01:39 dell’8 dicembre 1970 l’ordine di smobiIlitazione.

Il sette volte presidente del Consiglio, Giulio Andreotti, golpista fra i golpisti, amico degli amici palermitani, servitore degli interessi del Vaticano, capo, secondo alcune persone ben informate, della loggia P2, rappresenta bene il marcio di un sistema politico che si sente obbligato a mantenere integri i suoi segreti perché dalla loro rivelazione teme giustamente di essere distrutto.

Di silenzio in silenzio, di omertà in omertà, di menzogna in menzogna, siamo arrivati da Giulio Andreotti a Mario Draghi, figura emblematica di quel potere, non solo finanziario, sovranazionale che ha cancellato nel tempo ogni sovranità nazionale e, con essa, la dignità nazionale, riconducendoci ad essere una mera “espressione goegrafica”, un mercato necessario alle multinazionali, dove sessanta milioni di corpi senza anima né onore sono chiamati a consumare quanto loro vendono.

 

Opera, 17 febbraio 2021

3 pensieri riguardo “Il Golpista

  1. Buongiorno Sig. Vinciguerra,
    ho letto il libro di Aldo Giannuli “La Strategia della Tensione”, secondo Lei la si può considerare una analisi corretta dei fatti?
    Grazie,
    Mirko

    "Mi piace"

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