La Pista Libica

Leggo il libro di Giuseppe Zamberletti, pubblicato nel lontano 1995, intitolato La minaccia e la vendetta, con il quale l’esponente democristiano propone la tesi della responsabilità libica nella strage di Bologna del 2 agosto 1980.

Dopo 26 anni dalla sua pubblicazione, potrebbe apparire fuori luogo commentare lo scritto di Zamberletti, se non fosse che ancora nel 2020 la rivista L’Espresso ha pubblicato in tre puntate un’inchiesta giornalistica, a firma di Miguel Gotor, che ha rilanciato la tesi della responsabilità nella strage di Bologna del colonnello Muammar Gheddafi, così da rendere necessario un intervento ulteriore sull’argomento.

La tesi di Giuseppe Zamberletti, non corroborata da un solo elemento di prova o almeno indiziario, poggia esclusivamente sul fatto che il 2 agosto 1980 a La Valletta venne firmate la dichiarazione con la quale il governo italiano riconosceva la neutralità di Malta, e s’impegnava a rispettarla e a sostenerla anche, se necessario, con assistenza militare.

Con questo atto, Malta si sottraeva all’influenza libica e si poneva sotto la protezione dell’Italia chiamata a garantirne la neutralità e l’indipendenza.

La decisione del premier maltese, Dom Mintoff, costituiva una sconfitta diplomatica per la Libia, che considerava l’isola un proprio satellite e, certamente, provocava un risentimento nei confronti dell’Italia per la sua disponibilità a sostenere la scelta di Malta.

Giuseppe Zamberletti si propone di spiegare non solo la strage di Bologna del 2 agosto 1980 come una vendetta libica, ma anche quella di Ustica come una minaccia sempre proveniente dalla Libia.

Zamberletti, in un anno (il 1995) in cui si consolida la certezza che il Dc-9 Itavia ad Ustica è stato abbattuto da un missile e si avvia a conclusione il processo a Valerio Fioravanti e a Francesca Mambro con la loro condanna definitiva, si impegna ad offrire una verità alternativa su entrambi i sanguinosi episodi, che egli riconduce ad un’unica matrice, quella libica.

È quindi un tentativo di depistaggio in extremis, che poggia sui convincimenti, non sappiamo quanto sinceri, di Giuseppe Zamberletti, che descrive il colonnello Gheddafi come un criminale senza scrupoli il quale, pur di dissuadere il governo italiano dal sostenere la legittima aspirazione di Malta all’indipendenza ed alla neutralità, non esita a far compiere da ignoti sicari due massacri, uno ad Ustica il 27 giugno 1980, il successivo a Bologna il 2 agosto 1980: il primo per minacciare, il secondo per vendicarsi.

Non è da escludere, anzi è probabile, che Giuseppe Zamberletti abbia preso ad esempio le stragi politico-mafiose del 1992-1993, che avevano finalità ricattatorie nei confronti dei governi in carica e che qualche risultato lo hanno raggiunto, solo che il colonnello Gheddafi non era assimilabile a Totò u’curtu o a Matteo Messina Denaro.

Gheddafi aveva infatti capacità e volontà criminali, come tutti coloro che detengono il potere e lo esercitano con totali spregiudicatezza e cinismo, ma non era così sciocco da illudersi che massacrare 81 cittadini italiani ad Ustica avrebbe influito sulle decisioni di politici che, in Italia, continuavano a governare grazie alla guerra civile che avevano scatenato.

Perché mai avrebbero dovuto recedere dalla decisione di sostenere il governo maltese nella sua politica anti-libica se nulla e nessuno collegava la strage di Ustica alla Libia?

Nessuno ha infatti mai addossato al colonnello Gheddafi, tantomeno nell’immediatezza del fatto, la responsabilità dell’abbattimento del Dc-9 Itavia ad Ustica per mezzo di un ordigno esplosivo.

Dalla notte del 27 giugno 1980, viceversa, è scattato il piano di depistaggio, che ha visto impegnati tutti gli apparati di sicurezza dello Stato, sotto la sapiente regia del presidente del Consiglio Francesco Cossiga.

E perché mai depistare le indagini su un massacro compiuto dai libici, giungendo perfino a far fallire la società Itavia, falsamente accusata di usare aerei obsoleti, come quello caduto ad Ustica, per un cedimento strutturale?

Anche la pista della bomba a bordo del Dc-9 Itavia è frutto di un depistaggio dei servizi segreti, fatto usando le informazioni di un confidente del Sisde (Marcello Soffiati), che però propone la pista “fascista”, non quella libica.

Zamberletti non crede all’abbattimento del Dc-9 Itavia provocato da un missile lanciato da un caccia militare di nazionalità ancora sconosciuta, preferisce credere all’esplosione di una bomba a bordo piazzata da libici.

Lo scrive ma non lo prova, perché non c’è un solo elemento che possa confortare questa tesi. Ustica come minaccia?

A smentire a posteriori Giuseppe Zamberletti è lo stesso Francesco Cossiga, il quale, dopo che il processo a carico dei generali dell’Aeronautica si è concluso con la loro assoluzione, dichiara che il Dc-9 Itavia fu abbattuto da un missile lanciato da un caccia francese.

Seppelliamo, pertanto, una volta per sempre la fantasiosa tesi zamberlettiana della strage di Ustica come minaccia nei confronti del governo italiano presieduto da Francesco Cossiga, e passiamo a quella di Bologna del 2 agosto 1980.

Appare di lapalassiana evidenza che, se Ustica non è stata la minaccia, Bologna non puó essere stata la vendetta e che, di conseguenza, il teorema depistante di Giuseppe Zamberletti potrebbe essere archiviato se non fosse che, contro ogni logica, la tesi della “pista libica” per il massacro del 2 agosto 1960 viene periodicamente riproposta, per dargli una motivazione plausibile, che ancora oggi manca.

Privo della lucidità di Giuseppe Zamberletti, Gotor, per citarne uno, insiste sulla responsabilità libica nella strage alla stazione ferroviaria di Bologna del 2 agosto 1980 che, a questo punto, dovrebbe essa costituire la minaccia nei confronti del governo italiano perché receda dal sostegno a Malta: solo che questa rimane un fatto isolato non seguito da altre operazioni stragiste sul territorio italiano.

Non era, quindi, Bologna una minaccia e neanche una vendetta, a meno di non considerare il colonnello Gheddafi alla stregua di un psicopatico con il gusto del sangue, un serial killer che ammazza per il gusto di ammazzare.

Non è questa una tesi sostenibile, tanto più che Gheddafi di debiti di riconoscenza nei confronti dell’Italia ne aveva tanti, non ultimo proprio quello di essere stato informato dell’agguato che era stato predisposto ai suoi danni il 27 giugno 1980 sul Tirreno.

La Libia non collabora all’accertamento della verità sulla strage ai Ustica, di cui Gheddafi accuserà genericamente gli Stati Uniti: anzi, si presta ad avvalorare la tesi italiana del Mig libico caduto sulla Sila il 18 luglio 1980, smentendo che il caccia possa essere stato abbattuto nella sera del 27 giugno 1980 nel corso di una battaglia aerea sul Mar Tirreno.

Il 18 luglio 1980, Gheddafi collabora con l’Italia, e due settimane più tardi fa compiere un massacro a Bologna per protestare contro l’accordo firmato a Malta, il 2 agosto 1960, dal governo italiano con quello maltese?

Non una minaccia, non una vendetta, quindi, ma una sanguinosa protesta fine a se stessa, perché l’accordo raggiunto fra i governi italiano e maltese verrà confermato e perfezionato nei mesi successivi…

In realtà, i fautori della “pista libica” non riescono a dare una risposta, diversa dalla follia criminale di Gheddafi, peraltro mai da loro affermata, all’interesse libico a compiere la strage di Bologna.

Il cui prodest?, se riferito alla Libia, non ha un senso né logico né politico, che invece appare chiaramente nella necessità del governo italiano e dei suoi alleati di coprire la verità su quanto era accaduto ad Ustica, sul massacro cioè di 81 italiani innocenti.

La “pista libica” ha rappresentato l’alternativa alla “pista palestinese” proposta dall’Agenzia ebraica nei giorni immediatamente successivi alla strage dì Bologna.

Nessuna delle due riposa su elementi per lo meno indiziari, perché entrambi scaturiscono dalla necessità dello Stato e dei suoi alleati internazionali di mantenere per sempre il segreto su quanto è accaduto ad Ustica il 27 giugno 1980, e devono, per farlo, negare per la strage di Bologna la pista italiana ed atlantica.

Non è per fatalità né per malevolenza politica e ideologica che i magistrati di Bologna, nell’arco di oltre quarant’anni, siano giunti alla conclusione che gli esecutori materiali sono stati militanti di quell’estrema destra votata all’atlantismo e che i mandanti siano stati esponenti dell’oltranzismo atlantico.

La risposta al cui prodest? non si trova in Libia o in Palestina ma a Roma, a Washington e a Bruxelles, che hanno fatto della strage di Ustica un segreto inviolabile, che a quel tempo hanno coperto con tre depistaggi successvi: la bomba “fascista” sull’aereo, il cedimento strutturale dello stesso, la strage di Bologna seguita alla mancata strage di Milano del 30 luglio 1980.

La verità manca? No. Manca il coraggio di affermarla.

 

Opera, 19 febbraio 2020

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