L’Ingiustizia che Assolve

Non si è mai scritto in Italia un libro per denunciare quell’apparato giudiziario che si è sempre distinto, in campo prevalentemente politico ma non solo, per emettere sentenze che rappresentano la negazione della giustizia.

La leggenda dell’esistenza in Italia di una magistratura indipendente dal potere politico si frantuma dinanzi all’elencazione di sentenze che provano l’esatto contrario e si configurano come l’ingiustizia che assolve.

Dal processo per l’”oro di Dongo” a quello per la strage di Portella della Ginestra, a quello per l’omicidio in carcere di Gaspare Pisciotta, a quello per la morte di Enrico Mattei fino ad arrivare a quelli per il golpe Borghese, piazza Fontana, e, in appello, per l’attentato di Peteano di Sagrado – si potrebbe stilare un lungo elenco di processi in cui i magistrati si sono impegnati a negare verità evidenti pur di giungere all’assoluzione degli imputati.

Ne à un esempio eclatante il processo a carico di Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini per l’omicidio del presidente della Regione Sicilia, Piersanti Mattarella, il 6 gennaio 1980.

Un omicidio “politico-mafioso”, lo definisce il presidente della Corte di assise di Bologna, Michele Leoni, che giustamente non crede all’esclusiva responsabilità della mafia come mandante.

Difficile, difatti, credere che la “cupola” mafiosa abbia rinunciato ad usare i suoi collaudati ed efficientissimi killer per uccidere Piersanti Mattarella, affidando il compito a due persone giunte da fuori Palermo, da fuori Sicilia addirittura, cioè non gravitanti nell’orbita mafiosa.

La mafia palermitana utilizza due killer ad essa esterni per precostituirsi un alibi dinanzi ai suoi referenti democristiani?

Perché Mattarella non è un personaggio qualsiasi all’interno della Democrazia Cristiana. Non è solo il presidente della Regione Sicilia ma è il politico che segue le scelte di Aldo Moro verso l’apertura al Pci ed è predestinato ad assumere un ruolo di sempre maggiore rilievo all’interno dei vertici nazionali del partito.

Un omicidio “politico-mafioso” richiesto da un mandante inserito all’interno della Dc, che ottiene il consenso della mafia che, però, non si assume la responsabilità di farlo eseguire per poter, dopo, protestare la propria estraneità al fatto.

Quale che sia la verità, rimane la certezza che ad essere sospettati e, di seguito, imputati per l’omicidio di Piersanti Mattarella sono due “politici” di estrema destra, due militanti del Movimento Sociale Italiano, Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini.

Non sono due nomi scelti a caso, perché entrambi sono contigui, a Roma, alla banda della Magliana ed ai suoi referenti mafiosi, da un lato, e a Licio Gelli e alla loggia P2, dall’altro.

Insomma, i due sono sul mercato e sono disponibili ad ogni infamia. Gli indizi a loro carico sono essenzialmente due, pesantissimi: le dichiarazioni di Cristiano Fioravanti, fratello di Valerio, e il riconoscimento del killer fatto dalla moglie di Piersanti Mattarella, che si trovava nell’auto, accanto al marito, quando è stato ucciso. Il primo dichiara:

«Mio fratello non mi disse di aver ucciso l’on. Mattarella, bensì soltanto un uomo politico siciliano e che quest’ultimo era in compagnia della moglie ed era di ritorno dalla messa. Mi disse anche lo aveva ucciso con una rivoltella cal. 38».

Affermazioni, questa di Cristiano Fioravanti, che fotografano la realtà, dell’omicidio di Piersanti Mattarella, ucciso dinanzi alla moglie seduta al suo fianco nell’auto, con una calibro 38.

Irma Chiazzese, moglie di Piersanti Mattarella, che mai aveva riconosciuto il Killer del marito nelle decine decine di foto di mafiosi mostratele dalla polizia, lo individua il 19 marzo 1984 nel corso di una ricognizione fotografica.

«Debbo dire – dichiara – che ho provato una forte sensazione nel vedere le fotografie di Giusva Fioravanti. Lo stesso Fioravanti è quello che più corrisponde all’assassino che ho descritto nell’immediatezza dei fatti».

Non si sono solo queste dichiarazioni perché, ad esempio, Cristiano Fioravanti ha aggiunto particolari che poteva aver conosciuto solo dal fratello, mentre altri “pentiti” di estrema destra hanno accusato, sia pure de relato, Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini.

I giudici di Palermo negano ogni attendibilità alle dichiarazioni di Cristiano Fioravanti e negano la validità del riconoscimento di Valerio Fioravanti effettuato da Irma Chiazzese con argomentazioni che il presidente delle Corte di assise di Bologna bolla con estrema durezza.

Per i giudici di Palermo sono, viceversa, attendibili i pentiti mafiosi – due solo dei quali offrono, in alternativa a Valerio Fioravanti, il nome di un killer mafioso di nome Nino Madonia che, dicono, somiglia in maniera impressionante al primo.

Tutti e due, Francesco Di Carlo e Gaspare Mutola, parlano per sentito dire, ovvero per opinioni espresse da altri mafiosi che non hanno avuto parte diretta nell’omicidio di Piersanti Mattarella.

Gli altri pentiti, fra i quali l’immancabile Tommaso Buscetta, nulla sanno in merito agli esecutori dell’omicidio e su più punti vengono smentiti da altri pentiti che inventano letteralmente la presenza sul posto di più mafiosi.

Insomma, i pentiti mafiosi non sanno nulla di certo sull’omicidio, le sue motivazioni, le responsabilità dei mandanti e degli esecutori, ma vengono ritenuti attendibili – tanto che i giudici ritengono di individuare con certezza, loro e solo loro, in Nino Madonia il killer di Mattarella, asserendo che Irma Chiazzese si era confusa: ma, nel dubbio, lei non sarà mai chiamata ad effettuare un confronto visivo con il mafioso, che viene in tal modo “riconosciuto” solo dai giudici.

Non è una farsa ma una tragedia, anche se si guarda al fatto che, benché accusato dai giudici di Palermo e da quelli di Cassazione, di essere l’assassino di Piersanti Mattarella, Nino Madonia non è mai stato indiziato di reato, indagato, perseguito.

Insomma, nessuno ha creduto alla verità dei giudici di Palermo sulla identificazione del killer di Piersanti Mattarella che, per una fortuita coincidenza, aveva una somiglianza straordinaria con Valerio Fioravanti, accusato dal fratello e riconosciuto dalla moglie della vittima.

Miracoli giudiziari, di quelli che possiamo catalogare nell’album dell’ingiustizia che assolve.

Per comprendere cosa sia accaduto a Palermo, nell’inchiesta sull’omicidio di Piersanti Mattarella bisogna anche valutare l’impegno profuso dal capo della Squadra mobile di Palermo, Giuseppe Impallomeni, nel voler “provare” che i killer del presidente della Regione Sicilia erano mafiosi.

Impallomeni, figura non certo limpida della polizia italiana, giunto a Palermo, senza averne alcun titolo, dopo la morte del vicequestore Boris Giuliano, ucciso dalla mafia poco prima della partenza di Michele Sindona da New York in direzione della Sicilia, era un affiliato alla loggia P2 e amico personale di Licio Gelli.

Per coincidenza, i mafiosi uccidono Boris Giuliano, per coincidenza qualcuno ai vertici del ministero degli Interni promuove Impallomeni dal 309° posto nella lista dei vicequestori aggiunti al 13° posto e lo manda a Palermo, per coincidenza il funzionario verrà accusato perfino dalla stampa di aver protetto la latitanza di Michele Sindona a Palermo.

Per fatalità, l’amico di Licio Gelli conduce le indagini sulla morte di Piersanti Mattarella ed esclude da subito ogni responsabilità di Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini, senza riuscire a provare quella dei mafiosi.

Rimane oggi, agli atti, una sentenza assolutoria nei confronti di delinquenti del Movimento Sociale Italiano che, a rileggerla, rafforza i sospetti sul loro conto per l’omicidio di Piersanti Mattarella e obbliga a chiedersi se non sia il caso di iniziare a scrivere la storia vera di una magistratura italiana che non si distingue, per pulizia morale, dalla politica e dai suoi apparati ufficiali e clandestini.

La storia autentica di una magistratura nella quale spicca il senso dello Stato e della carriera, non quello della giustizia.

Non è il caso Palamara che getta discredito sulla magistratura, ma l’operato, nel corso do 76 anni, di quest’ultima nel suo complesso, che ci permette di dire che la Giustizia, in questo Paese, è solo un ricordo lontano, che appartiene ad un passato remoto ed è destinato a scomparire per sempre.

 

Opera, 2 marzo 2021

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