Quel che Non Si Dice – I

Nell’era della disinformazione di massa non è difficile portare qualcuno dalla stalle alle stelle, adottando in maniera sistematica il metodo dell’omissione, che consente di eliminare da un racconto tutto ciò che nuoce al conseguimento dell’obiettivo.

Nel caso in questione il fine ultimo è quello di sostenere l’estraneità di Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini alla strage di Bologna del 2 agosto 1980.

Per uno schieramento politico e mediatico trasversale, i tre sono innocenti, vittime di una plateale ingiustizia, che si è risolta in una fortuna per loro che, condannati ad una pluralità di ergastoli, sono da anni liberi cittadini, grazie all’impegno di personaggi politici e a disinvolti magistrati di sorveglianza.

Per esprimere un giudizio fondato e serio sulla responsabilità nei tre personaggi, facciamo quello che gli altri non fanno: ci leggiamo gli atti processuali, gli stessi che nessun giornale pubblica o commenta perché suscettibili di insinuare almeno il dubbio anche nei più accesi fautori della loro innocenza.

Esaminiamo, pertanto, le motivazioni, oggi pubbliche, della sentenza che ha condannato Gilberto Cavallini all’ergastolo come correo della strage che, necessariamente, ripercorre l’iter giudiziario che ha portato alla condanna dei suoi complici.

Scopriamo, quindi, che Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini hanno presentato ai magistrati un alibi falso su quanto fatto nella giornata del 2 agosto 1980.

Sia ben chiaro, per prevenire eventuali obiezioni, che i tre non hanno dichiarato di non poter dimostrare quello che hanno fatto quel giorno perché erano latitanti e, di conseguenza, stavano tappati a casa e non potevano fare altro che offrire ai magistrati come riscontro le loro reciproche testimonianze.

L’impossibilità di avere un alibi dimostrabile per i tre ricercati non sarebbe stata considerata prova di colpevolezza, non avrebbe avuto nemmeno valore indiziante purché il loro racconto fosse stato univoco e concordante.

Ma i tre non potevano offrire ai giudici una versione che affermava l’esistenza di un alibi non dimostrabile, perché abitavano con persone che non erano loro complici e che, pertanto, li avrebbero smentiti in sede giudiziaria facendo crollare l’argine difensivo.

Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini devono, di conseguenza, precostituirsi un altro alibi che regga solo sulle loro dichiarazioni.

Li tradisce, però, la certezza dell’impunità che avrebbe dovuto essere loro garantita dai loro burattinai: difatti non si curano di concordare un alibi per quel tragico giorno proprio perché escludono la possibilità di doverne esibire uno in sede giudiziaria.

Non faranno più in tempo ad accordarsi, perché Luigi Ciavardini viene arrestato nel mese di ottobre del 1980, a Roma; Valerio Fioravanti è catturato nel mese di febbraio del 1981 a Padova; Francesca Mambro è presa nel mese di marzo del 1982, a Roma.

Gli innocenti non hanno bisogno di mentire né di concordare un alibi perché, quando interrogati, sia pure separatamente e a distanza di tempo, diranno tutti la stessa versione – non importa se riscontrabile o meno purché sia una, e una sola.

Il presidente della Corte di assise di Bologna, viceversa ha dovuto prendere atto che:

«le versioni date da Fioravanti sul posto dove si trovava la mattina del due agosto sono state molteplici». (p. 224)

E così le riassume:

«Inizia col dire che con Cavallini non si è mai visto a Padova, in particolare a Prato della Valle. Né mai ha avuto contatti con Ciavardini.

Poi dice che con Mambro e Cavallini si era visto a Padova, Prato della Valle, ma non nell’agosto 1980.

Poi, per ben tre volte, dice che il due agosto erano tutti a Treviso (la terza smentendo dichiaratamente la Mambro).

Poi dice che quella mattina erano in Veneto.

Poi torna a dire che erano a Padova (e forse Ciavardini non c’era). Poi torna a dire che erano tutti a Treviso.

Poi torna a dire che erano tutti a Padova». (pp. 224-225)

In altre parole, Foravanti si arrampica, come si suol dire, sugli specchi perché non può dire dove si trovasse veramente quel 2 agosto 1980 con i suoi complici.

Non è un alibi falso, quello offerto da Valerio Fioravanti, è semplicemente inesistente perché il grottesco alternarsi fra Treviso e Padova, fra Cavallini che c’era e poi non c’era, fra Ciavardini che non conosceva e poi conosceva, e via mentendo ed inventando, dimostra che non può rivelare dove si trovasse.

E perché non può dire dove si trovasse quel tragico mattino?

Francesca Mambro non riesce a fare di meglio.

Il presidente della Corte di assise, Michele Leoni, anche nel suo caso è costretto a prendere atto che:

«all’inizio Mambro per sei volte dice che la mattina del due agosto andarono tutti e quattro a Padova.

Poi, nel 1985 dice che rimasero tutti e quattro a Treviso, ma solo sette giorni dopo dice che andarono tutti e quattro a Padova.

Poi, nel 1986, dice di nuovo che rimasero tutti e quattro a Treviso. Poi, nel 1989, torna a dire che andarono tutti e quattro a Padova. Indi,se pure con alterne varianti, tira dritto su questa linea». (p. 232)

Anche Francesca Mambro non sa se quel giorno era, insieme ai suoi complici, a Padova o a Treviso. Ci metterà sette anni per ricordarsi che erano tutti a Padova e non a Treviso, senza modificare successi- amente la sua versione.

Si vorrà convenire che due testimoni potrebbero avere ricordi diversi su qualche dettaglio, su qualche particolare, ma che tutti e due non sanno dire se il 2 agosto 1980 erano a Padova o a Treviso, tanto che devono passare anni prima di concordare che erano a Padova, illustra bene la loro impossibilità di dire la verità sui loro spostamenti di quel giorno.

Il terzo presunto innocente, Luigi Ciavardini, non è da meno dei due compari, anzi. Sul suo conto, il presidente della Corte di assise scrive:

«Dunque, anche Ciavardini ha riferito una congerie di circostanze contrastanti che si negano a vicenda: dapprima dice che all’inizio di agosto era a Palermo, ospite di Mangiameli.

Poi dice di non essere mai stato a Treviso né a Padova durante la latitanza.

Poi dice di ricordare con precisione dove si trovava il 2 agosto, ma di non volerlo riferire.

Poi dice che che il 2 agosto stette tutto il giorno a Padova insieme a due amici, di cui non fa il nome…

Dice di non ricordare dove dormì la notte fra l’1 e il 2 agosto, ma poi, dopo altri cinque anni, e a distanza di dieci anni dai fatti, ricorda con precisione che la notte fra 1’1 e il 2 agosto era a casa della Sbrojavacca: dice però anche di non aver mai dormito in una casa dove c’era un neonato». (pp.238-239)

Il 2 agosto 1980 si è verificato in Italia un solo episodio che per la sua gravità si è impresso nella memoria degli italiani, quindi per Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, come per ogni altro italiano estraneo al massacro, dovrebbe essere stata una giornata di ordinaria normalità che, però, per l’eccezionalità dell’evento, non avrebbero dovuto avere alcuna difficoltà nel ricostruirla se e quando fosse stato necessario farlo.

Così non è stato.

Quello che avrebbe dovuto essere un ricordo condiviso da riversare, senza alcuna reticenza, nei verbali giudiziari, si rivela per i tre un’impresa impossibile.

Come abbiamo visto, i tre si collocano alternativamente a Padova, a Treviso, Ciavardini addirittura a Palermo, contraddicendosi a vicenda fino a giungere nell’arco di ben dieci anni a stabilire una linea comune, quella di essere stati a Padova in compagnia di Gilberto Cavallini.

I fautori dell’innocenza dei tre, ora quattro, dopo la condanna di Gilberto Cavallini, sorvolano sulla falsità dell’alibi offerto per anni da Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini.

Devono, in perfetta malafede, farlo perché non sono in grado di spiegare perché tre innocenti non riescano a dire subito ed insieme quello che hanno fatto in una giornata come tante altre ma, a differenza delle altre, segnata dal ricordo del massacro avvenuto a Bologna che, per la loro collocazione “politica” e la loro attività, avrebbe dovuto costituire un incentivo a ricordare.

Per anni, Fioravanti, Mambro e Ciavardini si sono contraddetti a vicenda sul luogo dove si trovavano quel 2 agosto 1980, si sono penosamente alternati fra Padova, Treviso e con Ciavardini a Palermo.

Poi, alla fine, dopo anni hanno concordato di dire che erano insieme a Padova.

E perché non dirlo subito?

Hanno offerto per anni, i tre, un alibi falso diverso l’uno dall’altro (Padova, Treviso, Palermo) perché non erano in grado di dire la verità.

Gli innocenti non necessitano di alibi falsi perché sono in grado di dire la verità senza contraddirsi a vicenda.

Non é vero, quindi, che i giudici di Bologna e poi di Cassazione non hanno creduto al loro alibi.

È vero il contrario: hanno preso atto che hanno mentito per anni e che, di conseguenza, hanno taciuto la verità su quanto hanno fatto quel mattino del 2 agosto 1980.

E quel mattino del 2 agosto 1980, in Italia, c’è stato un solo evento dal quale prendere le distanze: la strage di Bologna.

Questa è la ragione per la quale per Valerio Fioravanti si trovavano a Treviso, per Francesca Mambro a Padova, mentre Luigi Ciavardini si era collocato dalla parte opposta della penisola, a Palermo.

Il non detto non è servito ai tre per evitare la condanna per la strage di Bologna, per la quale non hanno scontato un solo giorno di carcere, e che è stata utilizzata dai burattinai per farne delle vittime dell’ingiustizia.

L’operazione che è in corso da alcuni decenni per accreditare i tre personaggi come innocenti si fonda sull’omissione – ovvero su quel che non si dice, su quello che non si deve dire: come, appunto, la falsità degli alibi che i tre hanno presentato, perché non avevano un alibi.

Quanti sono gli Italiani che hanno potuto visionare gli atti processuali della strage di Bologna, leggere i verbali resi dagli imputati, fare una verifica personale per pervenire ad un giudizio indipendente?

Pochi, anzi pochissimi.

Non è difficile per i burattinai soccorrere i burattini utilizzando l’apparato mediatico e i lacchè politici, per stravolgere sentenze giudiziarie sgradite e vincere sui giornali e le televisioni le cause che hanno perso nelle aule dei tribunali.

Rimedieremo noi al non detto di giornalisti e politici, dando spazio alle motivazioni di sentenze che hanno affermato delle verità, non contestabili da uomini onesti.

I massacratori di Bologna sono da anni liberi, felici e contenti: non è quindi in gioco la loro sorte, come non lo è quella di Gilberto Cavallini, ancora detenuto in semilibertà solo per la sua propensione a delinquere, ma che non sconterà, come i suoi complici, un solo giorno di carcere nel caso che la condanna diventi definitiva.

Lo è la verità sulle motivazioni, i mandanti e gli organizzatori di quella strage.

E questa parte della verità è la più difficile da raggiungere e da affermare. È, questa, una battaglia ancora in corso perché non è stata vinta ma è tutt’altro che persa.

In ogni caso va fatta. E la faremo.

 

Opera, 8 marzo 2021

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