Quel che Non si Dice – II

Abbiamo visto nell’articolo precedente che i condannati per la strage di Bologna del 2 agosto 1980, Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini non erano stati in grado di fornire una risposta univoca sul luogo nel quale si trovavano la mattina del 2 agosto 1980.

Valerio Fioravanti aveva dichiarato che erano a Treviso, Francesca Mambro che erano a Padova, Luigi Ciavardini si era prudentemente collocato a Palermo.

Dal momento della strage a quello dello loro dichiarazioni non erano trascorsi decenni ma solo due mesi per Luigi Ciavardini, sei mesi per Valeria Fioravanti e un anno e mezzo per Francesca Mambro: si può quindi ritenere che i loro ricordi fossero freschi e vivi, tanto più che avevano ben presente che avrebbero potuto essere sospettati per quella che ormai era una strage “fascista”.

Se non altro, erano certi che li avrebbero interrogati, anche se non prevedevano di essere arrestati in tempi brevi.

Nessun timore: gli innocenti hanno una sola verità, quindi un solo alibi, univoco e concordante. Sarà stata colpa del destino “cinico e baro”, ma i tre hanno presentato ai magistrati inquirenti tre verità e tre alibi ognuno diverso l’uno dall’altro.

Ci metteranno alcuni anni per “ricordare” insieme che erano a Padova con Gilberto Cavallini.

Con quali mezzi si recarono a Padova? Secondo Fioravanti, il 26 aprile 1984, ci andarono con una BMW grigia, o forse con due macchine.

Francesca Mambro, viceversa, il 7 aprile 1982, ricorda che ci andarono con la Opel Rekord di proprietà di Flavia Sbrojavacca.

Il 26 aprile 1984, si rammenta che forse andarono a Padova con una o due macchine.

Il 12 luglio 1995, a quindici anni di distanza dal fatto, la Mambro riacquista le memoria e dichiara che, in effetti, a Padova ci sono andati con due macchine, la Opel Rekord e, forse, una BMW.

Neanche sulle macchine sono d’accordo: nel 1984, Fioravanti ricorda una BMW e forse una seconda macchina, la Mambro invece ricordava una sola macchina, una Opel Rekord, e solo nel 1995 si rammenta che forse c’era anche una BMW.

Erano andati, dicono, a fare una gita a Padova per accompagnare Gilberto Cavallini che, secondo una prima versione doveva occuparsi di documenti falsi e nella versione definitiva di fare aggiustare alcune armi, perché, quindi, è stato così difficile per i due ricordare con quali macchine ci andarono, una o due, una Opel Rekord scassata o una veloce BMW grigia, o con tutt’e due?

Tanto annaspare da parte di Valerio Fioravanti e Francesca Mambro si può giustificare con il fatto che, se a Padova erano andati con una sola macchina diveniva credibile che avevano atteso il ritorno di Gilberto Cavallini senza spostarsi, mentre con due macchine, uno poteva essere andato da una parte e loro tre dall’altra.

Per questa ragione i due si alternano a ricordare e a non ricordare se si erano spostati con una macchina o con due, con una lenta Opel Rekord o con una veloce BMW o con tutte e due.

La memoria non c’entra.

C’entra la loro difficoltà di dire la verità su dove siano andati e cosa abbiano fatto quel mattino del 2 agosto 1980.

Non ricordano dove si trovavano (a Treviso, a Padova, a Palermo), non rammentano con quali macchine si sono mossi, se erano una o erano due, si contraddicono a vicenda aggiustando via via, nel tempo, le loro deposizioni ma c’è qualcosa sulla quale concordano?

Pare di no.

Ad informarli di quello che era accaduto a Bologna fu, secondo Valerio Fioravanti, Flavia Sbrojavacca, la donna di Alberto Cavallini, al loro rientro a Treviso.

Fioravanti lo dice il 25 maggio 1981 al giudice istruttore di Bologna, e lo ribadisce l’8 marzo 1984 dinanzi alla Corte di assise, ma viene smentito da Francesca Mambro che, a sua volta, ricorda che ad informarli fu Gilberto Cavallini, che l’aveva appresa dalla radio (dichiarazioni del 7 aprile 1982).

I due non concordano nemmeno su questo dettaglio, hanno anche in questo caso ricordi diversi.

Anche sulla presenza di Luigi Ciavardini a Treviso e a Padova, Valerio Fioravanti e Francesca Mambro hanno due diverse ed opposte versioni da offrire.

Il primo ne nega la presenza con dichiarazioni più volte ribadite come, ad esempio, il 2 giugno 1982, mentre la seconda lo smentisce, ed il 5 marzo 1982 dichiara al giudice istruttore di Bologna che Ciavardini era con loro a Padova.

Luigi Ciavardini c’era come alla fine, ammetteranno tutti, ma perché Valerio Fioravanti mente nel negarne inizialmente e per diverso tempo la presenza a Treviso e a Padova?

Avrebbe dovuto essere una tranquilla giornata di agosto, quella del 2, per quattro persone, sia pure latitanti ma ospitati in una casa sicura, che decidono addirittura di fare una gita a Padova per accompagnare Gilberto Cavallini, che deve far riparare alcune armi.

Ci vanno, e, mentre quest’ultimo sbriga i suoi affari, in tre lo attendono in una grande piazza nella quale c’è anche una caserma dei carabinieri, senza nemmeno consumare in qualche bar una bibita fresca con il caldo che faceva.

Se ne stanno lì, sotto il solo cocente, a non far niente, ad attendere il collega, che torna dopo quanto tempo non lo sanno dire, gironzolando fra le bancarelle di un mercato senza acquistare nulla, senza parlare con nessuno, fino al rientro a Treviso.

Detta così sarebbe poco credibile: tuttavia, se raccontata all’unisono da tutti i quattro protagonisti avrebbe assunto la veste della menzogna non smentibile, perché un alibi non dimostrabile non é necessariamente un alibi falso.

Con buona pace degli “innocentisti” schierati a fianco dei “ragazzini” dei Nar e fautori della “pista palestinese”, a dimostrare di non essere in grado di provare cosa hanno fatto e dove si trovavano quel mattino del 2 agosto 1980 sono stati proprio loro: Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini, Gilberto Cavallini.

Hanno presentato non un alibi univoco e concordante, seppur non dimostrabile, ma un alibi per ognuno di loro, diverso da quello degli altri; versioni differenti, aggiustate nel tempo, man mano che venivano a conoscenza delle reciproche dichiarazioni che, alla fine, hanno faticosamente concordato – ma non del tutto, come prova il fatto che la Mambro continua a sostenere che il poligono di tiro a segno nel quale lavorava Carlo Digilio si trova a Padova, quando invece è ubicato a Venezia.

Si può pensare che hanno mentito perché hanno fatto altro quel giorno, di cui nessuno ha mai avuto notizia o sentore.

Ma non esiste qualcosa che non si possa confessare, per provare la propria estraneità al massacro di 85 persone e al ferimento di altri 200.

Abituata ormai da tanti anni a parlare a ruota libera, senza mai essere contraddetta, con politici e giornalisti compiacenti, Francesca Mambro si convince di poterlo fare anche dinanzi alla Corte d’assise di Bologna, affermando che lei ed i suoi colleghi «abbiamo cercato di dare dei riscontri agli inquirenti perché volevamo essere in modo chiaro il più trasparenti possibili».

Il commento del presidente della Corte di assise, Michele Leoni, è di un’ironia sferzante:

«Sono stati “trasparenti” (cambiando ognuno la propria versione e dando versioni diverse gli uni dagli altri), ma, non si sa perché, non sono stati creduti: chi giudica – conclude il presidente – non può registrare una simile marea dí contraddizioni senza battere ciglio».

Chi non batte ciglio dinanzi alla falsità delle loro versioni sono gli “innocentisti” in servizio permanente effettivo, che non vogliono rendere atto che ormai la verità giudiziaria e quella storica coincidono.

Non sono state le “toghe rosse” di Bologna e della Cassazione a condannare Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini: si sono condannati da soli.

Diciamo quel che si sceglie di non dire in Parlamento, in televisione e sui giornali, divulgando le loro dichiarazioni fantasiose, strampalate, false – perché ognuno comprenda che non esistono altre piste aldifuori di questa: quella che porta al cuore dello Stato.

 

Opera, 15 marzo 2021

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