Ustica: le Conseguenze

Per la prima volta, dopo quarant’anni, il presidente nella Corte di assise di Bologna, Michele Leoni, dà una motivazione politica seria alla strage di Bologna del 2 agosto 1980, spazzando via le grottesche ricostruzioni che attribuivano ad un gruppo di “spontaneisti” la responsabilità dell’eccidio, senza mai spiegare le ragioni della loro azione.

Non si era mai, difatti, compreso perché un banda di militanti del Movimento Sociale Italiano, impegnati in traffici di droga e di armi, in rapine ed ammazzamenti vari, dovesse decidere un giorno di fare una strage nella stazione ferroviaria di Bologna.

Oggi, il presidente Leoni offre una spiegazione che motiva politicamente la strage, i cui mandanti vanno ricercati all’interno nelle istituzioni dello Stato, e attribuendo ai presunti “spontaneisti” il giusto ruolo di subalterni.

Ma, per quanto seria la motivazione indicata dal presidente della Corte di assise di Bologna non è la sola che può spiegare le ragioni del massacro del 2 agosto 1980 a Bologna.

In alternativa, infatti, c’è una motivazione politica altrettanto seria, che vede il governo dell’epoca, presieduto da Francesco Cossiga, depistare le indagini sulla strage di Ustica del 27 giugno 1980, per evitare che la verità sulle responsabilità, dell’abbattimento del Dc-9 Itavia potesse provocare pesantissime ripercussioni interne ed internazionali.

Fra i depistaggi posti in essere (la bomba sull’aereo, il cedimento strutturale), si colloca a pieno titolo la strage di Bologna, che segue un tentativo di strage a Milano il 30 luglio 1980.

La ripresa dell’attività stragista da parte di un ambiente da sempre contiguo agli apparati di sicurezza, ufficiali e clandestini, dello Stato nel mese di luglio del 1980 trova la sua sua logica nella necessità di oscurare sulla stampa la strage di Ustica.

Non a caso, dopo il 2 agosto 1980, della tragedia di Ustica si tornerà a parlare solo nel 1986, perché i depistaggi necessitavano di silenzio, e non avrebbero avuto lo stesso successo se le indagini sull’abbattimento del Dc-9 Itavia fossero proseguite sotto la luce dei riflettori della stampa e dell’opinione pubblica.

Non è, questa, una tesi inedita. Il primo ad avanzarla è stato Stefano Delle Chiaie, con una dichiarazione riportata dalla stampa il 19 luglio 1990:

«Bisogna cercare oltre i servizi segreti, non sotto, perché Bologna è servita a coprire la strage di Ustica».

Nel 1996, è Carlo Maria Maggi a dire al figlio, in una conversazione privata a casa loro, intercettata dalla microspie ambientali (e resa nota solo nell’estate del 2020):

«sono stati loro», la strage di Bologna è servita «a far dimenticare Ustica».

Prima che venisse resa nota queste affermazione di Maggi, il 16 ottobre 2019, nel corso della mia testimonianza dinanzi alla Corte di assise di Bologna, avevo spiegato anch’io che la strage di Bologna rappresentava un depistaggio per far scomparire quella di Ustica dall’attenzione dei media e dell’opinione pubblica.

L’ipotesi non è mai stata presa in considerazione sul piano giudiziario, politico e mediatico, anche se essa non pone in discussione la colpevolezza degli autori materiali della strage del 2 agosto 1980 – semmai la rimarca con forza.

Viene ignorata per la semplice ragione che nessuno si è mai posto l’interrogativo sulle conseguenze che la verità sulla strage di Ustica avrebbero potuto avere sul piano politico interno ed internazionale.

Si conviene sul fatto che lo Stato con tutti i suoi apparati, nessuno escluso, ha depistato le indagini sulla strage di Ustica; si conviene che, per coprire la verità sull’abbattimento del Dc-9 Itavia, il 27 giugno 1980 si è giunti all’omicidio, a volta camuffato da suicidio o incidente stradale, di numerose persone che sapevano in tutto o in parte la verità, quasi tutte appartenenti, non certo a caso, all’Aeronautica Militare Italiana, ma non ci si chiede per quali ragioni ci si è spinti fino a questo punto.

Francesco Cossiga, callidamente, dopo che il processo per il depistaggio delle indagini su Ustica a carico di quattro generali dell’Aeronautica Militare si era concluso con la loro assoluzione, ha dichiarato che il Dc-9 Itavia è stata abbattuto, quel 27 giugno 1980, da un missile «a risonanza, non ad impatto», lanciato per errore da un caccia militare francese.

Accanto alla “verità” di Cossiga, c’è quella che l’aereo sia stato, in realtà, abbattuto da un caccia americano, un F-14 o un Phantom, e ancora, per quanto remota e mai citata, da un F-104 italiano, sempre, però, nel corso di una battaglia aerea di cui ancora non si conoscono tutti i protagonisti e men che meno le motivazioni.

Quella battaglia nel nostro spazio aereo chiama in causa Paesi amici come la Francia, ed alleati come gli Stati Uniti, e forse altri, mai identificati.

Cosa sarebbe accaduto se tutto questo fosse stato portato a conoscenza dell’opinione pubblica italiana ed internazionale?

Ci sarebbero state conseguenze pesantissime sul piano dell’ordine pubblico, ci sarebbe stata una ripresa in grande stile dell’azione militare da parte dei gruppi della sinistra armata, ci sarebbe stato un riavvicinamento in funzione anti-Nato del Pci al Pcus, i cui rapporti erano entrati in crisi dopo la condanna, da parte del primo, dell’invasione sovietica dell’Afghanistan.

In quell’anno, la politica italiana era più che mai decisa ad affiancare quella americana in ogni campo, anche, se non soprattutto, in quello militare.

Il 14 giugno 1980, in sede di audizione dinanzi alla commissione Difesa della Camera dei deputati, il ministro della Difesa, Lelio Lagorio, aveva chiesto un aumento delle spese militari del 3 per cento, per sostenere l’impegno americano, superando un bilancio di 7mila miliardi.

La Marina Militare Italiana è destinata a supportare quella americana nel Mediterraneo, assumendo caratteristiche offensive, con le messa in campo di 2 nuove fregate missilistiche, 2 nuovi cacciatorpedinieri lanciamissili, e dotandosi di nuove unità di trasporto per operazioni anfibie, mentre anche l’Aeronautica Militare è destinata a rafforzare il proprio dispositivo.

Il 19 giugno 1980, una dichiarazione comune italiana ed americana ribadisce l’allineamento totale del Paese alla politica americana di difesa.

Il ministro della Difesa Lelio Lagorio spiega che occorre fronteggiare una nuova minaccia

«non più quelle frontale est-ovest, ma quella da accerchiamento … La tensione est-ovest ci ha portato spesso a sottovalutare i rapporti nord-sud».

Lagorio conclude con tono drammatico, che «privarci delle risorse, inibircene l’accesso può essere un mezzo assai efficace per ridurre le nostre capacità di resistere o addirittura di esistere».

E il governo italiano aveva un problema di carattere militare, oltre che politico, quello di accogliere e schierare sul territorio nazionale i missili Cruise destinati a controbattere quelli sovietici, che incontrava la forte opposizione del Partito Comunista e di tutte le forze genericamente pacifiste e di sinistra.

È una domanda retorica chiedersi cosa sarebbe accaduto al dispiegamento dei missili americani in Italia se fosse emersa la partecipazione di caccia americani alla battaglia aerea nel corso della quale veniva abbattuto un aereo civile italiano con 81 persone a bordo, a prescindere dalla certezza che fosse stato proprio un caccia americano a colpirlo.

L’impegno militare italiano a fianco degli Stati Uniti sarebbe stato messo in discussione e non solo dal Partito Comunista e dalle forze di sinistra, aprendo una crisi nei rapporti fra Italia, Stati Uniti e Nato dai risvolti imprevedibili.

Tutelare il segreto di Ustica ad ogni costo voleva dire per il governo italiano mantenere inalterati i rapporti con gli Stati uniti e la Nato: un obiettivo di così primaria importanza che giustificava tutti i depistaggi, compreso un altro massacro di cittadini italiani, da attribuire, ovviamente, ai fascisti – giusto per distogliere l’attenzione di tutti da quello che era accaduto nel cielo di Ustica la sera del 27 giugno 1980.

Strage di Stato la definisce, giustamente il presidente della Corte di assise di Bologna: e atlantica, aggiungo io, per compiere la quale non era difficile trovare gli esecutori in quel mondo di estrema destra che dell’atlantismo aveva fatto una bandiera e una ragion di vita.

La strage di Bologna del 2 agosto 1980 rappresenta un sacrificio umano sull’altare della difesa degli interessi politici nazionali ed internazionali della classe dirigente la cui subalternità alla potenza egemone e alla Nato è troppo nota per essere qui necessario ribadirla e rimarcarla.

Una ragion di Stato talmente importante nella sua abiezione che ancora oggi sulla strage di Bologna proseguono i depistaggi e l’opera di disinformazione.

Scrive il presidente della Corte di assise di Bologna, Michele Leoni:

«…insieme alla pista tedesca, alla pista libanese, alla pista spagnola, alla pista monegasca (alias “pista Ciolini”), alla pista libica, alla pista palestinese (sulle quali ci si soffermerà debitamente), è stato gettato un amo anche per una “pista israeliana”, troppo impegnativa, però, perché potesse essere accolta da qualcuno.

Resta invece il fatto che quella di Bologna è stata una strage buona per tutte le piste, varie, eterogenee, tutte fungibili come pezzi di ricambio, per nulla imparentate l’una con l’altra, salvo che per un comune intento: negare la responsabilità di terroristi di destra italiani, servizi segreti italiani e istituzioni italiane, per dirottare tutto su imprecisate, fantomatiche e fantasiose organizzazioni estere, e su governi esteri che a loro volta reclutavano imprecisati e fantomatici mercenari.

Anche questo non è senza significato.

Ma è anche drammatico, perché rivela come, da più parti ma congiuntamente, si sia sempre operato sistematicamente per nascondere la verità.

Quella della strage di Bologna era è resta una vicenda costellata da una stupefacente convergenza di falsità e depistaggi che dura tutt’ora».

Parole condivisibili senza alcuna riserva.

Ma i depistatori del 2021, cosa difendono?

Non la libertà di Fioravanti, Mambro e Ciavardini, liberi cittadini da anni (e sarebbe bene chiedersi perché), non quella di Gilberto Cavallini, che gode di tutti i benefici di legge e mai sconterà un solo giorno di carcere, se mai verra condannato in tutti i gradi di giudizio per la strage di Bologna: quindi bisogna convenire che i depistatori di oggi proteggono le motivazioni e i mandanti della strage, con la stessa intensità e mobilitazione con la quale conservano il segreto della strage di Ustica.

Due stragi e un solo segreto da mantenere ad ogni costo, a tutti i costi.

 

Opera, 20 marzo 2021

3 pensieri riguardo “Ustica: le Conseguenze

      1. Certamente erano “terrestri” e atlantici… Ma potrebbe essere che dovessero “coprire” qualcosa che non si voleva che si scoprisse. Non è “complottismo” d’accatto. Ma lo penso veramente.

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