Segreti di Stato

Non c’è processo per fatti di cosiddetto terrorismo nel corso del quale qualcuno non chieda l’acquisizione dei documenti in possesso dei servizi segreti militari e civili.

Si è generato, nel corso degli anni, il convincimento, particolarmente radicato nei familiari delle vittime di strage, che la verità, tutta la verità, sia depositata negli archivi dei servizi segreti, fino ad oggi inviolati.

In realtà, i servizi segreti hanno sempre avuto la propensione a distruggere tutti i documenti che, in un modo o nell’altro, potrebbero intaccare quei segreti che l’autorità politica pretende che siano tutelati.

Nessun direttore dei servizi segreti militari e civili è stato mai chiamato a rispondere della scomparsa di atti, fascicoli, note informative, rapporti e quant’altro – benché questa sia un’attività che si configura come penalmente rilevante.

La magistratura accerta, a distanza di anni, che gli archivi dei servizi segreti sono tenuti in modo tale che da essi nessun contributo può venire per fare luce sugli episodi anche più sanguinosi della storia italiana.

Se la magistratura si limita a constatare questa attività di insabbiamento e di depistaggio, senza mai intervenire a carico dei responsabili, la politica la favorisce, anzi la facilita, come nel caso della distruzione dei fascicoli “illegali” del Sifar e, in quello, ancora più grave, avvenuto nel 1999.

Il 12 agosto del 1999, infatti, il governo, presieduto dall’ex-comunista ora fervente anticomunista Massimo D’Alema, decreta la distruzione di tutti gli atti in possesso dei servizi segreti non strettamente attinenti alla sicurezza nazionale.

Il solo a protestare, per la parte relativa all’attività informativa svolta dal servizio segreto militare negli anni Settanta sui rapporti fra i dirigenti del Partito Comunista Italiano e i servizi segreti del Paesi comunisti, è l’ammiraglio Fulvio Martini.

Nel corso di un’intervista concessa a Il Corriere della Sera e pubblicata il 12 agosto 1999, Martini dichiara che è

«ingiusto bruciare quelle carte acquisite durante la mia direzione, che documentano i rapporti tra alcuni politici e la Cecoslovacchia. Sarebbe ingiusto – prosegue l’ammiraglio Martini – che un signor x o y, che fa parte dell’attuale maggioranza di governo, imponga la distruzione di documenti che riguardano la sua attività negli anni Settanta».

In altre parole, l’ex direttore del Sismi, ammiraglio Fulvio Martini, accusa qualcuno, che fa parte del governo italiano, di voler cancellare le prove di quanto ha fatto contro l’Italia negli anni precedenti, quando per lui la patria era quella sovietica.

In un Paese normale, sarebbe esploso uno scandalo, con richiesta di spiegazioni, chiarimenti e dimissioni: nel Paese di Pulcinella il fatto passa inosservato.

Non può, però, passare sotto silenzio che l’ordine dell’ex compagno Massimo D’Alema non si riferiva solo ai documenti attinenti all’attività informativa svolta dai servizi segreti sul conto dei comunisti che spiavano e lavoravano per il mondo comunista internazionale, ma più genericamente a tutti i documenti non strettamente attinenti alla sicurezza nazionale.

Il criterio di scelta dei documenti da distruggere è stato affidato ai responsabili dei servizi segreti, che non sono stati chiamati ad elencare i fascicoli che via via bruciavano.

Se mai qualcosa dell’attività informativa dei servizi segreti era rimasta nei loro archivi, riferita agli anni Sessanta e Settanta, gli spioni italiani hanno avuto la possibilità di distruggerla – in ottemperanza agli ordini del presidente del Consiglio, Massimo D’Alema.

Potevano, nel 1999, ritenere «strettamente attinenti alla sicurezza nazionale», informative relative, ad esempio, alla strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969?

No, come per tutti gli episodi che hanno costellato la storia italiana di quegli anni.

Per la prima volta, i servizi segreti hanno potuto lecitamente distruggere tutto ciò che, a loro insindacabile giudizio, doveva scomparire per sempre, perché la storia italiana deve essere iscritta senza il loro contributo.

Compiuto il delitto, con la complicità di tutte le forze politiche, i compagni, oggi marines onorari, hanno continuato a strepitare che vogliono la Verità, tutta la verità: per fare questo, Matteo Renzi, il saudita, si era fatto vanto di aver disposto la declassificazione di tutti gli atti relativi alle stragi, ottenendo complimenti e pacche sulle spalle.

Peccato che, dopo poco tempo, tutti si sono resi colto che non aveva declassificato niente perché nulla c’era di classificato.

Ancora oggi, però, benché questa realtà sia ormai documentata sul piano giudiziario, il gioco delle parti prosegue con la richiesta di “aprire i fascicoli”, di togliere il segreto di Stato che non è mai stato opposto, di pretendere dai servizi segreti quello che essi non hanno più.

I servizi segreti italiani hanno gestito, per conto delle autorità politiche nazionali, la “strategia della tensione”, e non potevano conservare i documenti che ne provavano la responsabilità.

Si sono impegnati nei depistaggi, che proseguono ancora oggi con la complicità del potere politico, di quello mediatico e, in parte, di quello giudiziario, perché la verità non deve emergere, per evitare la destabilizzazione del sistema.

Le verità che sono emerse negli anni scaturiscono dai comportamenti processuali di alcuni, come nel caso di Carlo Digilio, per quanto riguarda le stragi di piazza Fontana e di Brescia; di un n’dranghetista, per quella di Gioia Tauro; delle menzogne plateali, per la strage di Bologna, degli autori, che hanno fornito la certezza che non potevano dire dov’erano e cosa hanno fatto quel mattino del 2 agosto 1980.

Nessun contributo da parte dei servizi segreti militari e civili nella ricostruzione giudiziaria di quegli episodi.

E quando diciamo servizi segreti, intendiamo potere politico perché, a partire dal 1977, questi ultimi dipendono dalla presidenza del Consiglio dei Ministri, cioè dalla più alta autorità politica del Paese.

In Italia si pretende che il potere sia cieco, sordo e muto: così i presidenti del Consiglio che si sono succeduti nell’incarico dal 1977 ad oggi nulla hanno mai visto, nulla hanno mai sentito, nulla hanno mai detto – esattamente come i vertici del Grande Oriente d’Italia sull’operato della Loggia Propaganda due (P2).

Il potere e i poteri si sono messi al riparo da ogni critica, da ogni accusa, da ogni indagine, inventando le deviazioni, i servizi segreti “deviati”, la massoneria “deviata” e così deviando le loro responsabilità.

Ci sono riusciti fino ad oggi.

Domani, chissà.

 

Opera, 27 marzo 2020

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