Libertà, Libertà…

Leggo il libro edito da Andrea Carancini, Historia Magistra Vitae, che contiene «articoli, conferenze, interviste in difesa del revisionismo dell’olocausto», in particolare di Jürgen Graf.

Non entrerò nel merito di quanto scrivono Graf e altri autori citati nel libro per confutare la storia ufficiale della persecuzione degli ebrei da parte della Germania nazista, riservandomi di farlo in futuro.

Ora mi limito ad osservare che costoro non esprimono opinioni generiche derivate dalla volontà di porsi controcorrente, ma espongono dati, numeri, testimonianze che sono il frutto di ricerche storiche approfondite condotte in archivi, come quello russo, dove si trovano migliaia di documenti dai quali emerge una verità diversa da quella ufficiale.

Una verità che, però, non si può dire perché si finisce in Tribunale e, magari, in galera perché i legislatori europei si sono inventati il reato di lesa Shoah, termine con il quale gli Ebrei definiscono il complesso delle traversie passate nel corso della Seconda Guerra mondiale per mano dei nazisti.

Sorprende e sconcerta il fatto che gli storici cosiddetti revisionisti non negano la persecuzione degli Ebrei in Europa e, tantomeno, esaltano e giustificano coloro che l’hanno promossa e condotta, ma esprimono

dubbi sul numero degli ebrei morti, non i sei milioni di cui parla la storia ufficiale ma molti meno, e sui metodi impiegati per eliminarli, soprattutto sull’uso delle camere a gas, di cui negano perfino l’esistenza.

Perché perseguitarli, quindi?

La storia si scrive su documenti e testimonianze, e sono pochi gli episodi sui quali, anche a distanza di secoli, non ci siano opinioni diverse e contrastanti, e così dovrebbe e potrebbe essere anche per la persecuzione degli ebrei da parte nazista.

Invece, non si finisce più sul rogo per negare l’esistenza di Dio, ma si finisce in galera per dubitare dei numeri e dei metodi relativi alla Shoah.

Ci dicono tutti i giorni che viviamo in un mondo libero, dove esiste la libertà di opinione e di pensiero garantita dalle leggi delle democrazie, le stesse che hanno sconfitto la tirannide nazista; poi s’inventano

reati per mettere il bavaglio, pena il carcere, a quanti chiedono, con documenti alla mano, un confronto sulla storia della persecuzione degli Ebrei in Europa durante l’ultimo conflitto mondiale.

Un confronto per fare luce, sul piano storico, su documenti contrastanti e testimonianze contraddittorie.

No, su questo punto, la cosiddetta Shoah, abbiamo la libertà di esprimere una sola opinione: quella che coincide con la verità ufficiale affermata da Israele e dal mondo ebraico.

Ci chiediamo, legittimamente, per quale motivo gli Ebrei morti in Europa in quel tragico periodo devono per forza sei milioni e per forza sono passati per le camere a gas.

Cosa potrebbe cambiare per la memoria degli Ebrei, se sono stati un milione e sono morti per tanti motivi e in molti modi meno che nella camere a gas.

Parliamo di cifre spaventose, di una tragedia dinanzi alla quale non si può restare indifferenti, quindi perché non si può affrontarne la storia senza finire in galera?

La domanda può avere come unica risposta quella di vedere nell’interesse dello Stato di Israele l’esaltazione della Shoah che offusca l’olocausto palestinese compiuto dagli ebrei, non dai nazisti.

Inoltre, la Shoah è divenuta lo scudo che vieta ogni critica ad Israele e al mondo ebraico, pena linciaggi mediatici e, ovviamente, ancora galera.

Sarà un sospetto malizioso, il nostro, ma rivendichiamo la libertà di esprimerlo: l’intoccabilità del “popolo eletto”, quello che vieta ai propri uomini di sposare donne non ebree e accusa gli altri di razzismo, non è stata una delle condizioni poste dal mondo ebraico per non opporsi alla riunificazione della Germania?

Perché non è un caso che, a partire dal 1990, in un continuo crescendo, sono stati istruiti processi a carico di ufficiali tedeschi, è stata istituita la Giornata della Memoria, che, in realtà, dura un paio di mesi – per ricordare l’ingresso delle truppe sovietiche ad Auschwitz, si sono moltiplicati i viaggi degli studenti nello stesso campo di concentramento, sono concessi onori e attestati a personalità ebraiche, meglio se passate per lo stesso Auschwitz, sono scritti migliaia di articoli, con frequenza quasi quotidiana, sui giornali per ricordare la cultura ebraica, la storia ebraica, la letteratura ebraica ecc. ecc.

Non è un caso.

Leggere il libro edito da Andrea Carancini non è un reato, non comporta processi e galera (non ancora almeno), permette invece di conoscere le ragioni e gli argomenti di storici e personalità della cultura che sulla persecuzione degli ebrei nel corso della Seconda Guerra mondiale cercano la verità, la sola che permetta di comprendere la realtà di quello che è accaduto, del perché è accaduto e quali dimensioni esso, ha avuto, per quali responsabilità e con quali mezzi.

La storia non si può scrivere con la testimonianza della simpatica Liliana Segre, che non perdona ma, dice, non odia, perché è una materia complessa, tanto più che la Seconda Guerra mondiale ha permesso agli Stati Uniti di assumere la leadership del mondo occidentale, allo Stato di Israele di costituirsi ed al capitalismo di trionfare.

Deluderò i censori, i cacciatori degli inesistenti “nazisti” del secondo millennio, ma qui nessuno nega niente, perché non esistono “negazionisti” e “revisionisti”, ma solo persone oneste e colte, storici, che chiedono che si apra un confronto, che si dibatta in maniera documentata sulla persecuzione degli Ebrei come su tanti altri aspetti della storia di quel periodo ancora oggi avvolti dall’oscurità.

I vincitori della Seconda Guerra mondiale ci hanno riportati ai tempi della barbarie, del “guai ai vinti”, così come hanno processato e ucciso gli sconfitti in base a reati inventati da loro: ancora oggi pretendono che la storia da loro scritta non sia messa in discussione minacciando, in caso contrario, non più forche ma galera.

Io rivendico come un diritto ed un dovere il dubbio sulla verità scritta in maniera unilaterale dai vincitori di allora e dai padroni di oggi, così come affermo che il rispetto per i morti, per tutti i morti, non mi obbliga ad averne per i vivi.

Dinanzi alla repressione giudiziaria di quanti per le esperienze vissute (vedi Paul Rassinier, deportato a Buchenwald) e per le ricerche storiche compiute non si allineano alle verità ufficiali, imposte da democrazie

che si proclamano alfieri di libertà, ricordiamo le parole di Madame Roland, condotta al patibolo; «Libertà, Libertà quanti delitti si compiono in tuo nome».

 

Opera, 1 maggio 2021

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