Scelta di Campo

Il coraggio, oggi, è donna.

Lo prova, una volta di più, il libro scritto da Sandra Bonsanti e Stefania Limiti, Colpevoli, Chiarelettere, Milano, 2021.

Il libro è pervaso dall’ansia di verità, dall’amarezza perché non si è ancora affermata, dalla speranza che essa possa alla fine venire alla luce.

C’è anche la fine di un’illusione, quella di aver creduto all’esistenza di uno Stato pulito e per bene insidiato da poteri occulti che volevano distruggere la democrazia e la riconquistata libertà cooptando nei loro ranghi funzionari infedeli e collusi, politici, corrotti, fascisti in cerca di vendetta e di rivincita.

Hanno creduto per tanti anni, per una vita, che

«c’era uno Stato, il nostro, e dei servitori infedeli, deviati»

per concludere che non era così, che

«il nostro Stato è proprio quello. Uno Stato deviato. Uno Stato infedele».

Per me, invece, è uno Stato fedele alle sue origini perché sorto da una sconfitta militare resa possibile dal tradimento di chi, all’epoca, lo rappresentava: Vittorio Emanuele III e i vertici delle Forze Armate.

È stata una scelta di campo che ha condizionato la nostra storia fino ad oggi.

Si è scelto, allora, di mettersi al servizio degli Stati Uniti dei quali non potevamo essere alleati ma solo sudditi. E tali siamo rimasti.

Stefania Limiti e Sandra Bonsanti, nel loro libro, parlano molto di Licio Gelli, un fascista che ha tradito il fascismo ed i fascisti, che ha fatto strada con le benemerenze partigiane, che ha servito come spia gli interessi degli Stati Uniti e ne ha assecondato i disegni, quelli di fare dell’Italia un baluardo del “mondo libero”, una democrazia autoritaria.

Un uomo di questo Stato, Licio Gelli, non il capo della loggia Propaganda Due: ma uno dei capi, come scrivono giustamente le due autrici nel libro.

Licio Gelli non ha mai complottato contro lo Stato ed il regime di cui era espressione, come non lo hanno fatto Umberto Ortolani, Francesco Cosentino e, soprattutto, Giulio Andreotti.

È stato Francesco Cosentino a chiedere alla mafia di uccidere il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa? È partita dall’interno delle Democrazia Cristiana la richiesta a qualche mafioso di spicco di eliminare fisicamente Piersanti Mattarella? È stato impartito dal ministero degli Interni l’ordine di uccidere il vicequestore Boris Giuliano, capo della Squadra mobile di Palermo, qualche settimana prima dell’arrivo di Michele Sindona per sostituirlo con il vicequestore Giuseppe Impallomeni, affiliato alla loggia P2, amico personale di Licio Gelli e degli amici degli amici?

Ricordiamo agli immemori che fu Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio, a fare della mafia un potere dello Stato preposto al controllo dell’ordine pubblico ed alla salvaguardia di quello politico. Sottosegretario alla presidenza del Consiglio era Giulio Andreotti.

Sandra Bonsanti e Stefania Limiti nel loro libro insistono molto sulla figura di Giulio Andreotti, il “Belzebù” come lo definì Bettino Craxi, che indicò in Gelli il “Belfagor” che lo serviva.

I due non erano certo contro lo Stato, il regime, la democrazia – anzi insieme agli Stati Uniti e al Vaticano, quelli erano i loro punti di riferimento.

C’è un episodio nella storia politica italiana che prova, al di là di ogni ragionevole dubbio, il legame e la sintonia di azione fra Belzebù e Belfagor: la riapertura dell’inchiesta sull’attentato di Peteano, nell’autunno del 1978, decisa per favorire la Democrazia Nazionale di Mario Tedeschi e screditare il Movimento Sociale Italiano, nella persona del suo segretario nazionale, Giorgio Almirante, reo di aver fatto pervenire a Carlo Cicuttini la somma di 35 mila dollari per operarsi alle corde vocali, cancellando in questo modo la prova che era stato lui ad attirare, con una telefonata, il 31 maggio 1972, i carabinieri a Peteano.

Non era stato Licio Gelli a nominare il generale Giuseppe Santovito direttore del Sismi, ma Giulio Andreotti che, come presidente del Consiglio, era il responsabile politico del servizio segreto militare.

Sarà proprio Giuseppe Santovito, iscritto pure lui alla loggia P2, a mandare alla magistratura veneziana le testimonianze di aderenti a Democrazia Nazionale che accusavano Carlo Cicuttini per l’attentato, e Giorgio Almirante come suo finanziatore.

Non era Belfagor a disporre di Giuseppe Santovito, ma personalmente Belzebù, il quale era uno specialista nell’uso politico delle inchieste giudiziarie.

Un episodio che conferma il rapporto fra Giulio Andreotti, il capo, e Licio Gelli, il subalterno, affermato con forza ed intelligenza da Sandra Bonsanti e Stefania Limiti nel loro libro.

Stefania Limiti, nel corso della sua conversazione con Sandra Bonsanti, a un certo punto, le chiede:

«La classe dirigente è stata sempre la stessa, non c’è mai stato un prima o un dopo Gelli, sei d’accordo?».

Sandra Bonsanti risponde:

«Sì, certo, molti facevano finta di non vedere. Non so se siano meno colpevoli degli altri, sarei portata a dire di no. Ma sarebbe sbagliato anche fare di tutt’erba un fascio. Manca ancora una storia politica della Prima Repubblica che affronti anche il problema del potere segreto, non soltanto le cronache dei congressi della Dc, del Psi o del Pci. E le responsabilità dei vari personaggi di primo piano».

È vero, nessuno ha mai scritto la vera storia politica della Repubblica, così nessuno si è mai reso pienamente conto che è stata scritta dai dirigenti di primissimo piano, attraverso loro uomini-ombra, i subalterni sui quali scaricare, al momento opportuno, ogni responsabilità così come hanno fatto con Licio Gelli.

La Loggia P2 ricorda molto da vicino l’Armata Italiana della Libertà (AIL), pure questa composta in gran parte da alti ufficiali delle forze armate, il cui elenco di nomi era stato depositato presso l’ambasciata americana a Roma.

Così è stato fatto dimenticare che l’Italia è entrata nella Nato per l’intervento della Massoneria, di cui era esponente il ministro degli Esteri Carlo Sforza, il quale, in questa veste, riuscì ad ottenere il sostegno dei “fratelli”, che convinsero, in extremis, il massone Harry Truman, presidente degli Stati Uniti, ad accettarla come componente del Patto Atlantico.

Nessuno si è mai preso la briga di esaminare il ruolo che la Massoneria ha ricoperto nella storia della cattolicissima Italia democristiana: che non emerge solo con la P2 e Licio Gelli, prontamente bollati come “deviati”, senza dire da cosa hanno mai deviato, visto che l’Italia è stata messa a disposizione degli Stati Uniti e dell’Alleanza Atlantica dai vertici del Grande Oriente d’Italia.

La storia dell’impegno anticomunista di Salvatore Giuliano, più mafioso che bandito, ci porta diritti al ministro degli Interni e presidente del Consiglio, Mario Scelba, che aveva come intermediario l’ispettore generale di Ps, Ciro Verdiani.

Non c’è stato direttore del servizio segreto militare che non abbia avuto un protettore politico di altissimo livello, dall’ammiraglio Eugenio Henke, tanto caro ai socialdemocratici Saragat, Tremelloni, Tanassi; a Vito Miceli, nel cuore di Aldo Moro e Flaminio Piccoli, per limitarci a due nomi.

Ma per il loro operato nessuno ha mai chiamato in causa i politici di riferimento, che si pretende essere stati ignari di quanto facevano, pur avendoli posti loro a capo di strutture che oggi sono definite “deviate”.

E che dire di Umberto Federico D’Amato, fiore all’occhiello di tutti i ministri degli Interni, ormai indicato come uno dei responsabili primi della “strategia della tensione”?

Ha ragione, quindi, Stefania Limiti nel dire che

«la classe dirigente è stata sempre la stessa, non c’è mai stato un prima o un dopo Gelli».

È così.

Di quanti Gelli è piena la storia dell’Italia democratica ed antifascista? Alcuni li abbiamo conosciuti, altri li potremmo riconoscere, altri ancora resteranno per sempre ignoti, ma i nomi dei loro burattinai li conosciamo tutti, perché hanno ricoperto i più alti incarichi politici ed istituzionali.

Accorato è l’appello finale di Sandra Bonsanti:

«Vorrei – dice, rivolgendosi a Stefania Limiti – che questo libro, le tue esperienze le tue riflessioni, servissero a non uscire dal gioco. A studiare senza pregiudizi la storia del dopoguerra. Prima dell’oblio, scaliamo la montagna».

Ci sono persone oneste anche fra gli antifascisti e, fra queste, spiccano Sandra Bonsanti e Stefania Limiti, la cui ansia di verità cozza contro la menzogna storica di una guerra sbagliata che, forse, lo è pure stata, ma certamente la pace è stata sbagliata.

Da qui bisogna iniziare a riscrivere la storia d’Italia perché ci si può risollevare da una sconfitta militare, ma non da una pace che ha privato questa Nazione della sua libertà, della sua indipendenza, della sua sovranità e della sua dignità nazionale, consegnandola ad una classe dirigente subalterna, felicemente e consapevolmente sottomessa agli Stati Uniti.

Ho letto molto sulla P2, su Licio Gelli, su vicende e personaggi connessi, ma questo lavoro di Sandra Bonsanti e Stefania Limiti è certamente il libro migliore che sia mai stato scritto, perché leggendolo si percepisce come non mai la tragedia di questa Italia e, con essa, il dolore e l’amarezza di quanti sono alla ricerca di una verità che, unica e sola, può condurre al riscatto e alla libertà.

Libertà e verità senza aggettivi, perché non ci sono libertà e verità fasciste od antifasciste, ci sono o non ci sono.

Il libro di Sandra Bonsanti e Stefania Limiti ci consegna la verità, ci fa intravedere la libertà possibile e ancora lontana.

Leggerlo consente di abbandonare la valle ed iniziare a scalare la montagna per giungere fino alla sua cima ancora inviolata.

Leggere questo libro non è un opzione, è un dovere.

 

Opera, 26 aprile 2021

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