Riconciliazione

Arrestano sette militanti di sinistra da decenni rifugiati in Francia, dove si sono fatti una vita, una famiglia, dove hanno lavorato e sono ora in pensione, e tutti esultano perché, dicono, giustizia è fatta.

Quale giustizia?

Il ministro della Giustizia, Marta Cartabia, è in governo di cui fa parte una forza politica che è presieduta da Silvio Berlusconi, condannato per due volte per corruzione, ancora oggi imputato per corruzione in atti giudiziari, accusato di essere un finanziatore della mafia, indiziato di reato nelle inchieste per le stragi mafiose del 1993, per il quale la giustizia è sempre arrivata in ritardo visto che la quasi totalità delle sue condanne è andata in prescrizione.

Anche per la cattolicissima Marta Cartabia la giustizia è un concetto elastico, come è sempre stato in questo Paese.

Tutti coloro che fanno parte di questo governo e hanno fatto parte dei governi che lo hanno preceduto, a partire, dal 25 luglio 1943, di giustizia non hanno il diritto di parlare.

Dal processo per il cosiddetto oro di Dongo, insabbiato per ordine del presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, in cambio del voto favorevole del Pci di Palmiro Togliatti all’inserimento nella Costituzione del Concordato fra Stato e Chiesa siglato da Benito Mussolini l’11 febbraio 1929, ai processi per le stragi di regime da quella della Ginestra a Bologna, passando per Ustica, la giustizia italica è riuscita, nel migliore dei casi, ha individuare i “portatori di valigia”, ma nemmeno tutti, senza riuscire a individuare, per fortunata coincidenza i mandanti e i complici ad alto livello.

Si dirà che le indagini sul terrorismo di Stato sono state ostacolate dai servizi segreti e dai Corpi di polizia dello Stato, i cui responsabili hanno concluso nel migliore dei modi la loro carriera, ma sul versante del “terrorismo rosso”, ad esempio, la verità sul sequestro e l’omicidio di Aldo Moro non è stata ancora raggiunta, così come per l’omicidio del commissario di Ps, Luigi Calabresi.

Di quale giustizia parliamo?

Perfino, a parità di condizioni, la giustizia cosiddetta ha trattato le persone in modo diverso, distinguendo fra coloro che avevano potentissime protezioni politiche e ministeriali e quelli che non le avevano.

Ricordiamo che Adriano Sofri, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani, ritenuti responsabili dell’omicidio premeditato del commissario di Ps, Luigi calabresi, aggravato dalle finalità di terrorismo ecc. ecc., sono stati condannati a 22 anni di reclusione benché non dissociati né pentiti, mentre per tutti gli altri gli ergastoli sono fioccati.

Troppo potenti i tre “lottatori continui” del ministero degli Interni per essere condannati all’ergastolo e per restare in carcere, visto che Ovidio Bompressi ha ottenuto la grazia perché di sana e robusta costituzione fisica, Adriano Sofri ha diretto il carcere di Pisa fino al momento in cui non ha avuto mal di pancia, e Giorgio Pietrostefani si è rifugiato in Francia con l’autorizzazione della questura, per tacere della legge ad personam per fargli ottenere la revisione e la grottesca campagna stampe per affermarne l’innocenza.

Fra gli arrestati di Parigi, il solo che certamente non entrerà mai in carcere, e non per ragioni di età e di salute, sarà proprio Giorgio Pietrostefani perché gli anni passano e i segreti, quando ignobili, restano.

Di quale giustizia, quindi, pretendono di parlare?

Quella che ha permesso a Marco Barbone di fare due anni e mezzo di carcere per l’omicidio di Walter Tobagi, la cui figlia, Benedetta, dalle pagine di Repubblica oggi esulta perché “giustizia è fatta”?

Quella che ha rimesso in libertà pentiti e dissociati, i primi perché utili processualmente, i secondi perché utili a sé stessi ed allo Stato?

Sarebbe onesto riconoscere che in questo Paese la giustizia è un concetto astratto, che essa vale per i più deboli e non viene mai esercitata sui più forti, che è condizionata dalla politica e sensibile alla ragion di Stato; che essa non è mai esistita e continuerà a non esistere fino al giorno in cui non crolleranno lo Stato e il regime.

Gli anni sono passati, i responsabili politici e militari di un dopoguerra di sangue sono morti, morti sono anche quasi tutti i protagonisti, i comprimari, le comparse, così che oggi rimangono un pugno di vecchi, la cui unica aspirazione è quella di campare il più possibile, dimentichi di sogni ed ideali.

Dopo aver pagato con tutti i benefici di legge possibili Mario Moretti e tutti i brigatisti rossi che hanno preso parte al sequestro e all’omicidio di Aldo Moro perché tacessero, dopo aver lasciato libero Alessio Casimirri in Nicaragua, oggi fanno volare in aria quattro vecchi stracci perché devono pagare il conto con l’inesistente giustizia italiana.

Loro e solo loro, non Giorgio Pietrostefani.

Non cerca verità Marta Cartabia, e tantomeno Mario Draghi, ma pentimenti e ravvedimenti, per applicare quella che chiama “giustizia riparativa” che, una volta attuata, consentirà la riconciliazione – quella dei morti, perché nei suoi intendimenti quando avverrà non ci sarà più nessuno vivo.

La morte riconcilia tutti ma non tutto.

E questo Paese non potrà mai riconciliarsi con sé stesso se non avrà verità, la sola che potrà dare giustizia a coloro che sono morti e che moriranno.

Una verità che resterà ai vivi.

Lasci stare Marta Cartabia la “giustizia riparativa” intessuta di pentimenti e ravvedimenti, che nessuno potrà mai dire quanto sinceri, anzi quasi sempre strumentali come dimostra, ultimo in ordine di tempo, quello di Cesare Battisti che, nel momento in cui gli hanno messo la manette, ha subito sentito l’esigenza di confessare e chiedere clemenza.

Volga, invece, lo sguarda Marta Cartabia verso Rebibbia dove ci sono cinque donne che hanno trascorso la loro esistenza in carcere con quella dignità che ormai è quasi sconosciuta in questo Paese.

Si chieda se in uno Stato laico è normale che sia la ferocia cattolica, alla ricerca di fasulli pentimenti e grotteschi ravvedimenti, a decidere il destino di uomini e donne che hanno perduto una battaglia nella quale credevano.

Se lo chieda, Marta Cartabia, e forse giungerà alla conclusione che la verità sulle responsabilità della guerra politica italiana esige, oggi, il riconoscimento di cessare la caccia a persone da mandare in carcere e, viceversa, decidere di rimettere in libertà quanti lo Stato ha ingannato e sospinto verso una lotta armata che era funzionale ai fini dei detentori del potere.

Questa è la verità.

Se la cattolicissima Marta Cartabia vorrà rifletterci, giungerà alla conclusione che la riconciliazione passa per la verità: che, per la carica che ricopre, dovrebbe cercare e affermare.

Lo farà? Crediamo di no.

 

Opera, 30 aprile 2021

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