I Falsari

Non è ancora tempo per scrivere la storia d’Italia per come essa è stata, perché troppi hanno interesse a presentarla in modo difforme dalla verità.

Ultimo esempio, in ordine di tempo, viene da un articolo pubblicato dal quotidiano La Repubblica, il 9 maggio, dal titolo, “Priebke. I giorni del boia”.

Nei sottotitoli si scrive: «Venticinque anni fa l’Italia portava alla sbarra il criminale nazista, responsabile nel 1944 dell’eccidio delle Fosse Ardeatine».

Il disprezzo per la verità storica è totale, perché Erich Priebke era un semplice capitano che non poteva avere l’autorità necessaria per organizzare la rappresaglia delle Fosse Ardeatine.

Già il grado di Priebke ridicolizza la verità di Repubblica, perché un capitano può essere solo un esecutore di ordini impartiti dai suoi superiori gerarchici.

E non avrebbe mai potuto essere processato, per la semplice ragione che il processo per la rappresaglia delle Fosse Ardeatine si era già svolto, a Roma, e si era concluso il 20 luglio 1948 con la condanna all’ergastolo del tenente colonnello Herbert Kappler, l’ufficiale che, in obbedienza agli ordini ricevuti dall’Alto Comando tedesco, l’aveva organizzata e fatta eseguire.

Herbert Kappler non era accusato di crimini contro l’umanità, di genocidio, di crimini di guerra, ovvero di tutti i reati inventati dagli anglo-americani nel corso della guerra, ma di “omicidio continuato”, perché la fucilazione di 320 persone, come rappresaglia per l’uccisione di 32 soldati tedeschi in via Rasella, non gli poteva essere ascritta come reato, in quanto coerente con la Convenzione Internazionale dell’Aia (1907), che riconosceva a tutti i Paesi belligeranti la facoltà di fucilare dieci civili per ogni loro soldato ucciso proditoriamente da franchi tiratori o partigiani che si voglia dire.

Difatti, il Tribunale militare lo giudica per la morte di 15 persone, non di 335, per il fatto che dieci erano state passate per le armi in maniera illegittima, secondo i giudici, dal momento che il trentatreesimo soldato tedesco non era ancora deceduto, e cinque vittime erano state conteggiate in più, per errore, dal capitano Erich Priebke.

Il Tribunale militare, infine, assolve tutti i subalterni del tenente colonnello Kappler che avevano partecipato alla rappresaglia, «in quanto agirono per ordine superiore».

La sentenza del Tribunale militare italiano permette a Erich Priebke di vivere tranquillamente, alla luce del sole, in Argentina, dove non si è mai nascosto, perché l’Italia non aveva alcun interesse né motivazione per perseguirlo.

Quando, nell’agosto del 1977, il governo italiano autorizzò la “fuga” di Herbert Kappler dall’ospedale militare del Celio, a Roma, per consentirgli di morire in Patria, cedendo alle pesanti pressioni tedesche, la comunità ebraica dovette limitarsi a poche ed inutili proteste, perché non aveva la forza politica, e con essa Israele, di fare di più.

Non sappiamo quali condizioni abbia posto il mondo ebraico, non solo Israele, per non opporsi alla riunificazione tedesca: ma ne vediamo le conseguenze e, fra queste, la pretesa di rifare il processo per la rappresaglia delle Fosse Ardeatine.

La condanna all’ergastolo del tenente colonnello Herbert Kappler non serviva più alla propaganda della comunità ebraica romana, ora in posizione predominante nel panorama politico italiano.

Se il capitano Erick Priebke fosse morto, avrebbero trovato un sergente, magari un caporale tedesco da processare come il “boia” delle Fosse Ardeatine, pur di rifare un processo che doveva concludersi, obbligatoriamente, in maniera opposta al primo.

Il Tribunale militare di Roma, difatti, dinanzi all’accusa di “omicidio plurimo continuato”, riferito ai 15 fucilati in più alle Fosse Ardeatine, rileva che l’imputato era un subalterno che non poteva disattendere gli ordini ricevuti, e pertanto concede le attenuanti generiche e lo proscioglie per prescrizione del reato.

Una sentenza coerente con quella emessa il 20 luglio 1948, che dichiarava i subalterni del tenente colonnello Herbert Kappler non punibili per aver eseguito ordini superiori.

Se c’è un episodio che prova la mancanza assoluta di sovranità e dignità nazionali dell’Italia e della sua classe dirigente, è proprio il processo a Erich Priebke, il cui esito viene deciso dalla comunità ebraica di Roma e dall’ambasciata israeliana – non da un Tribunale italiano.

Lo dicono i fatti: dopo il proscioglimento di Priebke, di cui il Tribunale ordina la scarcerazione, questa viene impedita con un espediente dal ministro della Giustizia, Giovanni Maria Flick, impaurito dalla caciara che alcune centinaia di ebrei hanno inscenato dinanzi alla sede del Tribunale.

Qualcuno cerca di giungere ad un compromesso, ad un sentenza che soddisfi la comunità ebraica: così, il 21 luglio 1997, Priebke vene condannato a 15 anni di reclusione, una pena che, per un uomo della sua età, vuol dire morire in carcere.

Non basta.

Annullata la sentenza di proscioglimento per ordine della Cassazione, la condanna a 15 anni di reclusione non è gradita, cosicché in appello questa viene modificata in ergastolo e, questa volta, la Cassazione conferma.

Come trasformare un’ingiustizia in un atto di giustizia?

Ci pensa il circo mediatico italiano, che cancella il nome del tenente colonnello Herbert Kappler e lo sostituisce con quello di Erich Priebke, il capitano senza potere, che viene spacciato per il responsabile della rappresaglia della Fosse Ardeatine, il “boia” appunto.

Mentre il tenente colonnello Kappler riposa giustamente nella sua tomba, ricevendo il pietoso omaggio dei familiari, al capitano viene negato il funerale religioso, perché il Papa lo considera «peccatore non pentito»: il suo corpo è seppellito all’interno di un carcere, in una fossa sulla quale spicca una croce di legno senza nome!

La Repubblica non si vergogna di ricordare una pagine infamante per la magistratura e per la politica e per i media italiani, anzi si compiace di ricordarla, e ne vanta il merito.

Che dire?

Alle Fosse Ardeatine sono stati uccisi 65 ebrei e 270 italiani, i cui familiari non hanno partecipato al linciaggio di Priebke; non si sono fatti intervistare per dire che “giustizia è fatta”; hanno taciuto con dignità, ben conoscendo la verità dei fatti e delle responsabilità.

Cosa abbiano rappresentato la Fosse Ardeatine è noto, sul piano storico: hanno cancellato la resistenza militare ed anticomunista, o comunista dissidente, in prossimità dell’arrivo degli Alleati nella Capitale.

Parte dei familiari delle vittime della rappresaglia germanica avevano cercato di mandare sotto processo Alessandro Pertini, Riccardo Bauer e Giorgio Amendola, i quali avevano autorizzato l’attentato di via Rasella: compiuto all’interno di Roma “città aperta”, contro un reparto di polizia composto da altoatesini che avevano optato per la Germania, avrebbe provocato la durissima rappresaglia tedesca, data per scontata e certa.

Una pagina, quella dell’attentato di via Rasella e delle Fosse Ardeatine, che non si riesca a scrivere secondo verità. Viceversa, viene occultata da una propaganda mendace, la stessa che ha trasformato un capitano subalterno nel responsabile della rappresaglia.

Una propaganda di odio, la stessa che oggi afferma che quel che resta del popolo palestinese, rinchiuso a Gaza, disarmato ed affamato, potrebbe mettere in pericolo l’esistenza della Stato di Israele – la prima potenza militare del Medio Oriente.

Lo diciamo subito a chi potrebbe vedere in questo scritto una prova di antisemitismo, di avversione nei confronti degli ebrei, scomodando la Shoah e Auschwitz: non c’è nulla di tutto questo, c’è solo l’esigenza di una verità storica e della constatazione che siamo una colonia americano-israeliana, alla cui potenza politica, militare e finanziaria ci pieghiamo con servile ossequio.

Dell’indipendenza perduta, della dignità e dell’orgoglio nazionali smarriti, noi conserviamo ancora il senso e, personalmente, non vogliamo rinunciarci.

Abbiamo scelto di scrivere la storia secondo la verità, non la propaganda del potere che questo Paese ha tradito e continua a tradire.

Ce lo impone non l’ideologia, né l’avversione contro terzi, siano essi bianchi, rossi, gialli o ebrei: ce lo impone la dignità.

Opera, 15 maggio 2021

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