Lo Stato carceriere

Non sarebbe onesto e giusto affermare che tutti coloro che lavorano in carcere siano persone scorrette, anzi la maggioranza svolge il proprio lavoro in modo onesto.

Tuttavia, in ogni carcere vi è una minoranza capace di ogni tipo d’ignominia, per la quale la commissione di reati, di abusi e di gesti di codardia è normale amministrazione.

La maggioranza degli onesti tace perché li hanno addestrati all’omertà, quella che loro chiamano “spirito di corpo”, che impone di proteggere i “colleghi” qualsiasi cosa facciano.

Il carcere di Opera, quello che a ragione chiamo una casa chiusa, non fa eccezione. Il 26 maggio e il 4 giugno mi hanno accompagnato a Bologna per la mia testimonianza in Corte di assise, scorte dal comportamento impeccabile.

A Bologna, nell’aula della Corte di assise, ho vissuto due giorni intensi, testimoniando sulla tragica storia d’Italia, compito non facile e certamente ingrato. Tuttavia, al rientro ad Opera sono passato dalle stelle alla stalle, non in senso solo metaforico.

Il 27 maggio, non a caso dopo la prima udienza a Bologna, sono stato protagonista di uno scontro verbale, contenuto nei limiti imposti dall’educazione, con una decina di agenti dell’ufficio matricola. Voci alterate le loro, non la mia. Dopo l’intervento di un vice-ispettore con il quale parlo in ufficio, faccia a faccia, si giunge ad un chiarimento, concluso con una mia domanda:

«Vi fate ragione con il numero, vero?»

Abbassa gli occhi e risponde di no.

Difatti, il 3 giugno, giorno prima non a caso della seconda udienza a Bologna, mi notificano un rapporto disciplinare.

Il 10 giugno, parlo, ovvero parla solo lei, con una graziosa vicedirettrice, che, per i suoi begli occhi, mi limito a definire vivace, che mi contesta un rapporto condito con insulti e volgarità. Le rispondo che non è il mio linguaggio e, a dire il vero, sul punto non insiste più.

Non è venuta per un chiarimento, anche se una spiegazione la chiede, salvo interromperla per dire che il direttore, Silvio Di Gregorio, ha già disposto un’ammonizione.

È interessante rilevare che si sono messi in almeno 20 agenti della matricola per scrivere un rapporto falso con la complicità di un vice-ispettore e di un vice-commissario, che era intervenuto alla fine.

Il direttore Silvio Di Gregorio ha commesso un abuso grossolano, perché prima si parla poi si decide, ma per lui e la sua vicedirettrice l’abuso è evidentemente normale amministrazione.

Perché raccontare un episodio di banale vita carceraria, privo di conseguenze? Perché non ho mai chiesto alcun beneficio, nemmeno quello minimo della liberazione anticipata, e mai ne chiederò?

Per mettere in evidenza il fallimento dello Stato carceriere che contava di garantirmi una vita precaria all’interno dei vari carceri in modo che, alla fine, decidessi di uscire in qualche modo, ottenendo quindi una vittoria ignobile.

Una psicologia d’accatto, quella degli ispiratori di questa operazione, che non a caso mi tengono ad Opera da 27 anni e 6 mesi, salvo venire definitivamente smentiti nell’aula della Corte di assise di Bologna il 4 giugno.

In questo carcere, la punta di diamante dell’operazione è stato l’ufficio matricola.

Ne hanno fatti di tutti i colori: un permesso premio spedito a mio nome con relativo rigetto (si trattava di un tale Vinciguerra Roberto); un colloquio con il magistrato di sorveglianza, spacciandomi per Vinciguerra Roberto; dall’agosto del 2006 hanno cercato di respingere al mittente tutti i pacchi di libri che mi facevo arrivare, provocando infine l’intervento di un commissario (non quello attuale, sia ben chiaro), riuscendo però a respingerne ancora un altro; luglio del 2016 si sono spinti a rubare quattro libri, salvandosi con la complicità di un lenone albanese.

Sono solo alcuni degli episodi di cui si è reso protagonista l’ufficio matricola.

Anni fa ho fatto chiedere da un giovane mafioso, che qui comandava il reparto, ad un agente:

«L’ordine di dare fastidio a Vinciguerra viene dall’ufficio dell’ispettore?»

«No – risponde quello – dal centro», ovvero dall’ufficio matricola.

Anni in cui ogni perquisizione è stata una sceneggiata ignobile (e non è finita…), di cancello sbattuto con forza perché, come mi diceva uno di loro, «lo sappiamo che dà fastidio». E potrei continuare.

Mi sono stancato? No.

Mi stancherò? Mai.

C’è un obiettivo specifico in tutto questo: impedirmi di proseguire nelle mie ricerche storiche, nella stesura di libri, documenti, articoli; da qui i pacchi di libri respinti al mittente, i libri rubati, il divieto di acquistare correttori, affermando che non si trovavano più, ed ora l’azione che ritengono più incisiva: impedirmi dal novembre del 2017 di fare una semplice operazione di cataratta.

La cataratta è un progressivo annebbiamento della vista: e, difatti, ormai la mia è compromessa, vedo poco, leggo e scrivo a fatica, ma continuo e continuerò fino a quando non vedrò più.

Sarà questa la grande vittoria dello Stato carceriere?

È vero, chi lavora in carcere è estraneo al mondo civile, vivono nel chiuso di questo mondo oscuro e sordido.

Le menti sono semplici come i ragionamenti, perché, quando c’è l’intelligenza, manca la cultura – non riescono, pertanto, a comprendere quello che gli appare un comportamento anomalo rispetto a quello dei loro detenuti.

E questo facilita il gioco sporco di un piccolo gruppo che, nascosto negli uffici, aizza il personale. Il direttore, la vicedirettrice, la loro squadra di impiegati, che chiamano educatori ed educatrici, sono appollaiati sul trespolo come avvoltoi, in attesa che il tempo lavori per loro.

Scodinzolano e sculettano per i corridoi, squadrando i detenuti dall’alto in basso, perché sono loro i dispensatori dei benefici, salvo prendere atto che io non ne voglio e, allora, ammutoliscono perché culturalmente sprovveduti.

Attendono ma, per quanto mi riguarda, gli avvoltoi resteranno sul trespolo vita natural durante.

In questo carcere ci sono passati Gilberto Cavallini, Mauro Addis, Pasquale Belsito, Marco Furlan.

Ci sono stati bene, anzi benissimo. Imploravano i benefici – e tanto bastava per renderli simpatici, non problematici.

Cavallini scriveva poesie a Gesù; gli altri tre, insieme a lui, erano deferenti ed ossequiosi.

Si vantavano di averli rieducati, ma a Cavallini lo troveranno con una pistola mentre era in semi-libertà, ad Addis con una macchina carica di armi, mentre usufruiva dello stesso beneficio.

Non hanno battuto ciglio perché ai fallimenti sono abituati, ma, dal trespolo, hanno iniziato a guardare me. E sono ancora lì, sul trespolo.

Sono passati 41 anni e 9 mesi: ci hanno provato sempre, con i metodi che gli sono congeniali, da Volterra a Rebibbia, da Sollicciano a Viterbo, da Belluno a Parma (una porcilaia carceraria, quando la comandava un tale Giuseppe Rizzo, una delle figura peggiori da me conosciute in tutta la vita, non solo in carcere), infine Opera, da 27 anni e 6 mesi.

Lo Stato carceriere ha perso.

Nell’aula della Corte di assise di Bologna, il 4 giugno, abbiamo sancito la sua definitiva sconfitta.

Lo sanno tutti coloro che da anni scrivono storia con il mio contributo, fondamentale per la verità sul passato e per il futuro dell’Italia e delle sue giovani generazioni.

E sono loro che fanno testo, non gli avvoltoi sul trespolo.

 

Opera, 13 giugno 2021

2 pensieri riguardo “Lo Stato carceriere

  1. Io credo che dopo più di 40 anni il Signor Vinciguerra meriti di tornare in libertà o perlomeno di aver diritto a delle cure.
    Specifico che le mie idee politiche sono diametralmente opposte alle sue, ma mi rifiuto di credere che non ci siano le possibilità per un alleggerimento delle condizioni carcerarie, anche tenendo conto dell’età del reo confesso…

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  2. Tutta la mia stima e ammirazione per la determinazione con cui prosegue la sua lotta per la verità storica del nostro, ormai si fa per dire, paese. Razza ormai quasi estinta quella degli uomini retti e dignitosi.

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