La “Messa in Scena”

Un saggio del professor Angelo Ventrone dal titolo La dinamite e la rivoltella, pubblicità subliminale. La strategia della tensione come “messa in scena”, rappresenta un passo decisivo verso l’affermazione della verità storica sulla guerra civile italiana.

Un saggio fondamentale che illustra, in modo chiaro e comprensibile per tutti i lettori, le motivazioni di questa guerra a bassa intensità che si è svolta in Italia negli anni Sessanta e Settanta.

Il punto di partenza per il professor Angelo Ventrone è giustamente rappresentato dalla necessità per gli Stati Uniti ed i suoi alleati di rispondere in modo adeguato alla “guerra rivoluzionaria” portata avanti dal comunismo internazionale diretto dall’Unione Sovietica.

A partire dalla fine degli anni Cinquanta, gli Stati Uniti si rendono conto che la loro strategia della Rappresaglia Massiccia (Massive Retalation), basata sull’uso delle armi nucleari contro l’Unione Sovietica, è inutile contro un nemico che utilizza l’arma ideologica per conquistare, non necessariamente con l’uso delle armi e della violenza, “i cuori, le menti e le coscienze” dei popoli.

Da questa constatazione scaturisce la nuova strategia, quella della Risposta flessibile (Flexible Response), con la quale gli Stati Uniti ed i suoi alleati s’impegnano a rispondere all’offensiva comunista in ogni Paese del mondo ove si profili il pericolo di un’infiltrazione comunista, magari camuffata da istanze di liberazione dal colonialismo o dalla richiesta di maggiore giustizia sociale.

Inizia così la “guerra controrivoluzionaria”, ovvero quella che sarà definita la “guerra non ortodossa” (unorthodox war), che si propone il raggiungimento degli stessi obiettivi (”la conquista delle menti, dei cuori e delle coscienze dei popoli” appunto), usando gli stessi mezzi.

Ha ragione il professor Angelo Ventrone quando scrive che

«con sorpresa e rabbia da parte dei nemici, il Pci, anche se provocato ripetutamente con i numerosi attentati alle sue sezioni o con la continua demonizzazione da parte della stampa, rifiuta lo scontro nelle piazze».

Sarà infatti Pino Rauti, nel suo intervento nel corso del convegno dell’Istituto Alberto Pollio, ad affermare che il Pci è «un lupo travestito da agnello», e che è necessario obbligarlo a rivelare la sua vera natura.

Il problema per la classe politica dirigente italiana era che il Partito Comunista sul piano elettorale aumentava progressivamente la sua forza, mentre sempre più persone non legate al partito lo affiancavano nelle sue lotte politiche e, con sempre maggiora forza, chiedevano che con esso si dialogasse, e che fosse coinvolto nella politica di maggioranza.

C’era, è vero, ed ha ragione ancora una volta il professor Angelo Ventrone, il mito dell’invincibilità dei comunisti, capaci – si diceva – di volgere a loro favore qualsiasi situazione politica si verificasse in un determinato Paese, solo che gli fosse concesso uno spazio minimo vitale, così che, ad esempio, il nuovo corso vaticano aperto al dialogo faceva intravedere l’insorgere di una repubblica clerico-marxista, che avrebbe avviato l’Italia ad un politica di neutralità e, magari, in un futuro prossimo, a trasformarla in una repubblica popolare.

Il pericolo era grave, anzi gravissimo: da qui la necessità di creare, alla sinistra del Pci, un comunismo “rivoluzionario” che, accusando il Partito Comunista d’imborghesimento e di tradimento nei confronti della classe operaia, l’obbligasse a gettare via la maschera dell’agnello per mostrare il suo volto da lupo.

Una guerra controrivoluzionaria, quella condotta dall’Occidente, che non doveva adottare solo i metodi della guerra rivoluzionaria comunista, ma anche condurla accantonando ogni scrupolo morale, come giustamente scrive il professor Angelo Ventrone.

Lo ha confermato, in un suo libro di memorie, l’ex direttore della Central Intelligente Agency, Richard Helms, che, riferendosi all’esplosione in volo di un aereo civile cubano ad opera di militanti anti-castristi, scrisse che gli Usa avevano deciso di non perseguire nessuno che combattesse contro il comunismo, a prescindere dall’immoralità delle sue azioni, perché l’immoralità del comunismo era comunque di gran lunga superiore.

Una scelta che, qui in Italia (e non solo qui), ha determinato l’uso dello stragismo come arma politica, con il sostegno tacito degli apparati di sicurezza italiani.

L’accurata analisi del professor Angelo Ventrone ben chiarisce come è stata attuata – e con quali fini – la strategia della tensione in Italia, che è stata “difensiva” e non “offensiva”: non aveva cioè l’obiettivo di estirpare la democrazia ma di renderla autoritaria, capace cioè di procedere, anche con la forza, alla messa fuori legge del Partito Comunista Italiano, la “quinta colonna sovietica” in Italia.

Ma, se questo era il proposito dichiarato fino al 1974, con il susseguirsi di tentati colpi di Stato, tutti regolarmente abortiti, gli anni successivi hanno fatto intravedere il fine reale della strategia, quello di neutralizzare il Pci, facendo leva sulla paura dei suoi dirigenti, fino ad obbligarlo e staccarsi da Mosca.

Non era sfuggito agli strateghi atlantici che il Pci era stato colto di sorpresa dall’invasione sovietica della Cecoslovacchia, ed aveva reagito con ansioso imbarazzo.

Il fatto è che i dirigenti nazionali del Pci avevano ben compreso che i patti di Yalta erano ancora in vigore, come provava il colpo di Stato militare in Grecia, e ora l’invasione sovietica della Cecoslovacchia.

In entrambi i casi, il blocco sovietico aveva reagito, nel primo, con proteste formali; l’Occidente con una reazione parolaia, nel secondo.

Cosa sarebbe accaduto se gli Stati Uniti avessero obbligato un governo italiano a mettere fuori legge un partito comunista che non aveva più un potenziale militare proprio e non poteva contare sul sostegno dei “compagni” jugoslavi, che si erano posti da molto tempo sotto la protezione della Nato.

Il Pci, in quegli anni, non inviava militanti nell’Unione Sovietica per farli addestrare alla guerriglia, all’uso delle armi, ma perché apprendessero le tecniche di falsificazione dei documenti, del camuffamento, delle trasmissioni radio e relativi codici.

I dirigenti comunisti erano sulla difensiva, vivevano nella paura, non avevano piani di attacco ma di fuga: come l’aereo parcheggiato in un aeroporto di Roma per portare via Enrico Berlinguer ed alcuni fra i dirigenti nazionali più esposti.

La messa in scena di cui parla il professor Angelo Ventrone non serviva, a partire dal fallimento dell’operazione condotta dall’estate del 1968 al dicembre del 1969, a fare di quella italiana una “democrazia autoritaria” – ma, dinanzi all’incapacità delle classe dirigente anticomunista di contenere l’avanzata elettorale del Pci, serviva a condizionare i vertici del partito facendo leva sulla loro paura.

Il compromesso storico, non è stato il frutto di una geniale politica di Enrico Berlinguer ma proprio di quella paura, che ha indotto il segretario nazionale del partito a rendersi complice della strage di via Fatebenefratelli a Milano, il 17 maggio 1973, e a tacere, successivamente, quello che sapeva, impedendo per oltre venti anni l’emergere della verità.

Il Pci sapeva e taceva perché era impegnato a dimostrare alla Democrazia Cristiana e all’ambasciata americana a Roma la sua disponibilità a collaborare, la sua autonomia da Mosca, la sua volontà di essere un partito politico meritevole di fiducia, che aveva fatta la scelta di stare dalla parte del “mondo libero”, sotto la protezione dell’Alleanza Atlantica.

La “messa in scena” aveva fatto del “lupo” una pecora – disposta, nel 1978, a concedere l’appoggio esterno al governo presieduto da Giulio Andreotti, assecondando i disegni di Aldo Moro.

Venti anni di una “messa in scena” sanguinosa avevano cancellato la “quinta colonna sovietica” in Italia e ne avevano fatta un forza politica che anelava al riconoscimento di democraticità da parte di Washington e Bruxelles.

Il saggio del professor Angelo Ventrone spiana la via verso la ricerca e l’affermazione della verità.

«Da quanto abbiamo visto, sembra quindi inevitabile ricavarne una conclusione netta: la nebbia che ha aleggiato – e in parte continua ad aleggiare ancora oggi – su quegli anni così drammatici, non è stata il frutto di un caotico sommarsi di impreparazione, depistaggi, omissioni, fughe all’estero di testimoni e suicidi sospetti, distruzione di documenti, rivalità tra i corpi dello Stato e personali, ma è stata, al contrario, il primo e più importante obiettivo da raggiungere».

Così conclude il suo scritto il professor Angelo Ventrone, diradando parte della nebbia sulle responsabilità dei vertici politici e militari italiani, sull’esistenza di un comando misto di di militari e di civili che ha tutto diretto e coordinato e che, ancora oggi, vigila perché tutto si confonda e si inabissi nella palude della storia.

È una battaglia che prosegue, e che va condotta con l’onestà intellettuale e la competenza che sono proprie del professor Angelo Ventrone.

 

Opera, 11 giugno 2021

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