Democrazia Piduista

Qualcuno ci ha scritto perfino un libro per esaltare Mario Tedeschi ed i suoi compagni come precursori di Alleanza Nazionale, di una formazione politica cioè che ha troncato il rapporto con il passato fascista, sia pure circoscritto ai simboli e agli slogan, mantenuto strumentalmente in vita dal Movimento Sociale Italiano di Giorgio Almirante.

Mario Tedeschi, infatti, aveva dato vita ad una grossa operazione politica che aveva provocato una scissione all’interno del Msi, con la costituzione di Democrazia Nazionale, alla quale avevano aderito quasi la metà dei deputati e dei senatori del partito.

Gli apologeti di Democrazia Nazionale e di Mario Tedeschi si erano però dimenticati che ad organizzare la scissione all’interno del Msi, a promuovere la nuova formazione politica e, perfino, a trovare i finanziatori – era stato Licio Gelli.

Il 30 marzo 1982, Tina Anselmi, presidente delle commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia P2, aveva annotato il contenuto di una conversazione con Giorgio Pisanò, senatore del Msi, che gli aveva detto che «la scissione del Msi fu discussa in casa di Fanfani con Gelli».

A riprova che, sul conto della loggia P2 e di Licio Gelli, c’è ancora molto da scoprire, poco o nulla si è mai detto e scritto sui suoi rapporti con Amintore Fanfani, residente, come il Maestro Venerabile, ad Arezzo.

Moltissimo si è, invece, detto sui suoi legami con Giulio Andreotti – senza, però, riuscire a provarli, fermandosi alle testimonianze, sia pure credibili, di Clara Calvi e di altre poche persone che collocavano il politico democristiano ai vertici dell’organizzazione massonica.

In realtà, occultata da Felice Casson negli atti processuali dell’inchiesta sull’attentato di Peteano di Sagrado del 31 maggio 1972, la prova dell’unità d’azione fra Giulio Andreotti e Licio Gelli esiste, e non può essere smentita.

Ho avuto modo di illustrarla nell’aula della Corte di assise di Bologna il 4 giugno scorso, in modo esauriente, grazie alla cortesia del presidente.

Licio Gelli non si è limitato a promuovere, d’accordo con Amintore Fanfani, la scissione all’interno del Msi e la costituzione di Democrazia Nazionale, ma si è impegnato per procurarle, nei suoi intendimenti, migliaia di voti.

Il come è presto detto: sfruttando ciò che Mario Tedeschi conosceva sul finanziamento di 35 mila dollari che Giorgio Almirante aveva fatto pervenire a Carlo Cicuttini, segretario della sezione del Msi di Manzano del Friuli, perché potesse operarsi alle corde vocali, essendo stato lui l’autore della telefonata che aveva attirato i Carabinieri a Peteano di Sagrado.

Il Msi era il “partito dell’ordine”, quello che raccoglieva la quasi totalità dei voti degli appartenenti alle forze di polizia, in particolare dell’Arma dei Carabinieri.

Cosa sarebbe accaduto, si è chiesta la banda della P2, se tutti costoro avessero scoperto che il segretario nazionale del partito nei quale si identificavano aveva finanziato un suo militante che aveva concorso ad uccidere tre carabinieri?

La speranza, anzi la certezza, di Licio Gelli, Mario Tedeschi ed amici era quella di provocare al Msi una perdita di migliaia di voti che sarebbero, sempre secondo loro, affluiti nella lista di Democrazia Nazionale.

Non era un’operazione semplice, perché alla riapertura dell’inchiesta sull’attentato del 31 maggio 1972 si opponeva il Comando generale dell’Arma dei Carabinieri, che, in quel periodo, aveva già sotto processo per depistaggi vari ben tre dei suoi ufficiali.

Vincere la resistenza di un centro di potere potentissimo come il Comando generale del Carabinieri non era agevole e, per Licio Gelli e Mario Tedeschi, era impossibile.

Serviva l’intervento di un’autorità in grado di superare la resistenza dei carabinieri e di utilizzare un altro organismo, altrettanto e forse ancora più potente, il servizio segreto militare.

Questa autorità era il presidente del Consiglio, Giulio Andreotti, che disponeva del Sismi, guidato dal generale Giuseppe Santovito, affiliato alla loggia P2 e uomo di sua assoluta fiducia.

Si muovono in sintonia: Giulio Andreotti incarica il generale Santovito di raccogliere le informazioni; Mario Tedeschi mette a disposizione i testimoni; Licio Gelli si rivolge all’ammiraglio Emilio Massera, esponente della Giunta militare argentina perché gli procuri una mia testimonianza accusatoria nei confronti di Giorgio Almirante.

Sì: perché io, dal maggio del 1978, mi trovo a Buenos Aires e, dopo una decina di giorni, mi ritrovo oggetto dell’attenzione di persone che si muovevano come appartenenti ad un servizio segreto – ma, come si scoprirà in seguito, non appartenevano ai servizi segreti ufficiali di Esercito, Marina, Aeronautica e Policia Federal.

Erano, difatti, i componenti di una squadra speciale agli ordini personali dell’ammiraglio Massera, un’organizzazione clandestina di cui nessuno sapeva nulla.

I killer di Massera entrano in azione per compiere il mio sequestro, necessario per ottenere la mia “confessione” accusatoria nei confronti di Giorgio Almirante, ma in mio aiuto interviene la fortuna perché, in quel momento, ero in compagnia di José, appartenente all’intelligence della Policia Federal che, non solo era armato, ma conosceva di vista il capo della squadretta entrata nel bar.

Questi, e i due uomini che erano alle sue spalle, a quel punto, girano i tacchi ed escono dal bar.

I rapporti di Licio Gelli ed Emilio Massera sono noti, e sarà proprio Francesco Cossiga a ricordare, nel corso di una intervista concessa a La Repubblica, pubblicata il 10 ottobre 2003, che era stato proprio il Maestro Venerabile a presentargli l’ammiraglio argentino.

Tralasciando il racconto di come mi sono sottratto all’attenzione degli uomini di Massera, rimane il fatto che la banda della P2 aveva deciso di eliminarmi fisicamente, perché la mia “confessione” sarebbe giunta in Italia – ma io no, perché così non avrei potuto raccontare quello che avevo visto e sentito, e come sarebbe stata ottenuta la “confessione”.

Un omicidio, per Giulio Andreotti, Licio Gelli, Giuseppe Santovito, Mario Tedeschi e Emilio Massera, rientrava nella normalità della loro azione politica.

Comunque, l’operazione inizia ufficialmente nel mese di novembre del 1978, quando il generale Giuseppe Santovito invia alla magistratura veneziana le note informative e le testimonianze che accusano Carlo Cicuttini.

Nei primi giorni del mese di gennaio del 1979, il Sismi, che, per la prima ed unica volta nella sua storia, agisce come un organo di polizia giudiziaria, invia le informazioni che accusano Giorgio Almirante di aver finanziato Carlo Cicuttini.

Le speranze della banda piduista capeggiata da Giulio Andreotti si infrangono nel mese di giugno del 1979 quando, alle elezioni politiche anticipate, Democrazia Nazionale non ottiene i voti sufficienti nemmeno per mandare un deputato in Parlamento.

Democrazia Nazionale passa, affonda nel fango della sconfitta elettorale, ma la democrazia piduista resta, perché, dopo aver fatto riaprire l’inchiesta, ora devono inquinare le indagini, per impedire che emergano le responsabilità dei Carabinieri e di tutti gli apparati dello Stato per i depistaggi posti in essere nel 1972, per coprire la matrice politica dell’attentato di Peteano del 31 maggio 1972.

Così, a dirigere la Digos di Venezia, incaricata da Felice Casson di condurre le indagini, giunge il vicequestore Giuseppe Impallomeni, affiliato alla loggia P2 e amico personale di Licio Gelli.

Oscura figura della polizia di Stato, Giuseppe Impallomeni era stato sospeso dal servizio perché sospettato di incassare tangenti dalle bische clandestine a Firenze.

Un infortunio che non segna la sua carriera, anzi forse la facilita perché ne fa un funzionario, se non ricattabile, certamente condizionabile.

Così, quando la mafia uccide, il 21 luglio 1979, a Palermo, il capo della Squadra Mobile, vicequestore Boris Giuliano, qualcuno a Roma e ad Arezzo si ricorda di lui e lo sceglie come suo successore.

Giuseppe Impallomeni è al 309° posto nella graduatoria dei vicequestori aggiunti ma qualcuno, che forse sarebbe il caso oggi di identificare, lo porta al 13° posto e lo manda a dirigere la Squadra Mobile di Palermo.

La motivazione per la quale il vicequestore Giuseppe Impallomeni è nominato capo della Squadra Mobile di Palermo è la stessa per la quale la mafia, facendo un favore a qualcuno, uccide il vicequestore Boris Giuliano: l’imminente arrivo in Sicilia di Michele Sindona.

Michele Sindona parte da New York, sotto falso nome, il 2 agosto 1979, diretto ad Atene (Grecia); il 14 agosto, giunge a Brindisi; il 16 agosto è a Palermo.

Ad attenderlo c’è il capo della Squadra Mobile, Giuseppe Impallomeni, amico personale di Licio Gelli, con il quale si dà il “tu”: esattamente come lo è Michele Sindona, che, a quel punto, può tranquillamente fare la sua latitanza in compagnia e con la protezione degli amici degli amici.

Giuseppe Impallomeni è uno dei protagonisti del depistaggio seguito all’omicidio del presidente della Regione Sicilia, il democristiano Piersanti Mattarella, impegnandosi a provare che i killer che lo hanno ucciso sono mafiosi.

Non è un caso che, viceversa, la moglie di Piersanti Mattarella, testimone oculare dell’omicidio del marito, riconoscerà nel killer che lo ha ucciso Valerio Fioravanti, altro amico degli amici, il quale, secondo la testimonianza di un militante di destra, con Licio Gelli ci era andato anche a cena, in sostituzione di Paolo Signorelli.

Forte di questi rassicuranti precedenti, il vicequestore Giuseppe Impallomeni, nonostante il giuramento da lui firmato, viene prosciolto da ogni addebito per la sua affiliazione alla loggia P2 dalla commissione disciplinare del ministero degli Interni e promosso responsabile della Digos di Venezia, dove il locale Tribunale ha la competenza per l’inchiesta sull’attentato di Peteano di Sagrado del 31 maggio 1972.

In questo modo, la loggia P2 ha deciso, per i motivi che abbiamo illustrato, la riapertura dell’inchiesta su quell’attentato ed ora, benchè ufficialmente disciolta, la dirige di fatto perché il titolare è Felice Casson, magistrato privo di esperienza e roso da un’ambizione smisurata.

I due si dividono i compiti: il vicequestore Giuseppe Impallomeni finge di fare le indagini, e Felice Casson concede interviste.

I due, con l’aiuto della Procura della Repubblica, riusciranno a far risultare come unico responsabile dei depistaggi delle indagini del 1972 il generale dei carabinieri Giovanni Battista Palumbo, morto a Firenze d’infarto il 16 agosto 1984, che quindi mai era stato interrogato, mai aveva potuto spiegare, difendersi ed accusare.

Perché l’ex comandante della divisione Carabinieri “Pastrengo”, ed ex-vicecomandante dell’Arma, avrebbe dovuto depistare le indagini?

Secondo Felice Casson e Giuseppe Impallomeni, perché era affiliato alla loggia P2, la stessa che aveva fatto riaprire l’inchiesta nel 1978, la stessa alla quale era affiliato Giuseppe Impallomeni.

Una conclusione comica – se i fatti non fossero tragici.

Ne riparleremo, occupandoci di Felice Casson, ex giudice istruttore, ex pubblico ministero, ex senatore del Partito Democratico, obbligato a dimettersi dalla magistratura perché non in grado di affrontare il disprezzo dei suoi colleghi.

Ne riparleremo.

 

 

Opera, 15 giugno 2021

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