Per la Verità

La mia audizione dinanzi alla Corte di assise di Bologna, il 26 maggio e il 4 giugno scorsi, hanno scatenato reazioni solo in parte inaspettate.

La procura della Repubblica di Bologna, improvvisamente, è stata colta dalla frenesia di ottenere il mio rinvio a giudizio e la mia condanna per reticenza, per non aver risposto ad una domanda postami dal presidente delle Corte di assise di Bologna, il 16 ottobre 2019, al quale ho detto che

«non ho doveri nei confronti di questo Stato… Quindi se devo essere reticente, prenderò un’altra condanna per reticenza».

Infatti, questa scontata condanna per reticenza non è la prima, ma, come le altre che l’hanno preceduta, ed altre che eventualmente seguiranno, non avranno alcun effetto concreto, con buona pace dei magistrati della procura della Repubblica di Bologna guidata da Giuseppe Amato, figlio, se non vado errato, di quel Nicolò Amato, già direttore del Dap, a me ben noto.

Fa sorridere che i magistrati di questa procura, presenti all’udienza del 16 ottobre 2019, abbiano avvertito l’esigenza di far svolgere indagini alla Digos e ai Ros dei carabinieri ber ricostruire il mio «inserimento… nell’eversione neofascista».

Saranno state indagini lunghe, complesse, delicate perché magari avrei potuto essere un esponente dell’eversione di sinistra e, di conseguenza, hanno avvertito l’esigenza di accertare, utilizzando sia la polizia di Stato che i carabinieri, la verità che ignoravano.

Complimenti!

A cose serva, oltre allo spreco di pubblico denaro, una condanna per reticenza, che andrà ad aggiungersi a quella all’ergastolo che con tanto impegno sono riuscito ad ottenere il 25 luglio 1987, non si comprende: visto che, dopo 41 anni e 9 mesi di carcere, per mia scelta e per mia volontà, la reclusione che ne seguirà potrò scontarla nel mondo migliore dove andrò – non in questo.

Ho l’orgoglio di poter affermare, non solo nelle aule delle Corti di assise, che non ho doveri nei confronti di questo Stato, che dico solo quello che ritengo opportuno, quando e se voglio, perché sono un uomo libero, non condizionabile, non intimidibile, non certo prono ai voleri di questo Stato, che la storia accusa già ora di aver alimentato una guerra civile.

Accusa che io per primo ho lanciato tanti anni fa, e che ha trovato solo conferme, nessuna smentita.

A farsi viva, ma solo per coincidenza, per carità, è anche la procura della Repubblica di Verona, che mi fa pervenire, attraverso i secondini dell’ufficio matricola di questa Casa chiusa, il decreto di citazione per il processo che dovrà svolgersi a Verona il 15 dicembre 2021 per “diffamazione” nei confronti del felicemente defunto Paolo Signorelli – su querela della figlia, Silvia, che giustamente invoca l’oblio su cotanto padre.

Silvia va compresa: chi non invocherebbe l’oblio, se avesse avuto un padre come Paolo Signorelli?

È la seconda volta che Silvia ci prova, perché la prima è stata archiviata dalla procura della Repubblica di Milano, ragion per cui i suoi avvocati, gli stessi che rappresentano i massacratori del 2 agosto 1980 a Bologna, ci riprovano scegliendo Verona.

Forse questo è il Tribunale adatto, o meglio la procura della Repubblica idonea, visto che ha deciso il rinvio a giudizio senza fare un solo accertamento, per quanto è dato da sapere.

Penso e temo, per Silvia ed i suoi avvocati, che per loro saranno momenti amari, e che non basterà scegliere Verona per ottenere l’oblio su Paolo Signorelli.

Ne riparleremo.

Scontata, invece, la reazione di un gruppo di secondini di questa Casa di morti che è Opera, guidati dal direttore Silvio Di Gregorio.

Qui, come armi non usano accuse di reticenza e di “diffamazione” ma quelle che gli sono connaturali come la menzogna, la codardia e l’infamia.

Del resto, emarginati dalla società civile, qui dentro possono fare e dire quello che vogliono, con la certezza che fuori di qui nessuno saprà mai niente, perché loro sono tanti, perbacco, più di milleduecento: e, di conseguenza, mi dovrei guardare dal raccontare le loro imprese.

Non è cosi, non lo è mai stato, e mai lo sarà.

Ma loro, poverini ci credono alla forza di intimidazione, e li lasciamo nella loro illusione, lasciando giudicare e chi legge ciò che scrivo.

Non conosco l’impatto delle mie dichiarazioni a Bologna, perché la Repubblica, quotidiano che leggo per necessità turandomi il naso, sui processi per la strage di Bologna ha imposto il silenzio più rigoroso.

Dalle reazioni, interne ed esterne a questa Casa chiusa, direi che qualcosa è andata di traverso a più di uno, e di questo mi compiaccio.

Del resto sarebbe stato innaturale che, dentro e fuori, le verità che porto avanti fossero state accolte con soddisfazione e applausi.

Non è questo il regime che cerca verità, non è questo lo Stato che vuole una verità, non è questo il mondo politico e mediatico e, in parte, giudiziario, che pretende la verità e per essa combatte.

Lo Stato, il regime, i media sono da sempre impegnati a propalare menzogne, ad esempio, sulla “eversione nera” mai esistita (mi dispiace per la procura della Repubblica di Bologna), e invocano l’oblio sul passato, come Silvia Signorelli per suo padre, avendo già ottenuto il silenzio di tutti i protagonisti, i comprimari, le comparse di una stagione di sangue.

Di tutti, ma non il mio.

Tanti sono morti, io sono ancora vivo.

Purtroppo per loro, il destino cinico e baro mi ha permesso di sopravvivere ai linciaggi a mezzo stampa e televisione, fuori; a mezzo dei secondini, dentro.

Non sempre va bene e credo che l’Aisi concorderebbe con me, vista l’inutilità dei suoi sforzi passati e presenti.

Non è vero che la storia si scrive nelle aule dei Tribunali, dove anche i magistrati più onesti alla fine concludono che la colpa è stata tutta della P2, che ha corrotto funzionari e politici per impadronirsi del potere.

Non è questa la verità.

La verità, per quanto tragica ed insopportabile per coloro che credono nella democrazia e nella Repubblica nata dalla Resistenza, è che all’origine di ogni tragedia c’è stato sempre e soltanto il regime politico che governa ancora l’Italia, prono agli ordini della potenza egemone: quegli Stati Uniti che giustamente uno dei morituri di Norimberga, sul patibolo, affermò che portano impresso il marchio di Caino.

È questo è lo Stato italiano, un Caino verso il suo popolo – che pretende di essere presentato come Abele vittima degli “opposti estremismi” e dei “terrorismi”, quando invece, per quanto riguarda in modo specifico quello cosiddetto “nero”, è tutto suo, stragista per stragista.

Una battaglia per la verità, cosa comporta per chi l’afferma?

Un’esistenza trascorsa, per mia scelta, in carcere, dove le scene di codardia e anche di imbecillità sono spesso quotidiane, giorno dopo giorno, anno dopo anno, decennio dopo decennio.

Perché questo è il trattamento riservato dallo Stato, tramite i suoi secondini, a chi lotta per la verità.

Per carità, è normale che sia così, ma non è il caso di tacerlo perché, vivendo in un luogo d’infamia come Opera, sarebbe un atto di viltà.

Per affermare la verità in un Paese come l’Italia serve coraggio.

Coraggio fisico, morale e civile.

E ouesto c’è sempre stato, c’è e ci sarà fino alla fine.

 

 

Opera, 24 giugno 2021

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