“Non Eravamo Fascisti”

Ci sono momenti in cui perfino un mentitore abituale, patologico, come Valerio Fioravanti, riesce a dire qualcosa di vero, ad esempio quando, l’8 maggio 1989, dinanzi alla Corte di assise di Roma, riferendosi alla sua banda, dice che questa era

«animata da cieca rabbia per certe forme di discriminazione: non eravamo fascisti, però ci piaceva fare i fascisti».

In pratica, la banda di iscritti al Movimento Sociale Italiano, simulava di seguire un ideale che nemmeno conosceva, che fungeva da paravento per fare qualcosa che li facesse sentire qualcuno.

Una banda di accattoni morali che si trovava d’accordo

«quando c’era da andare a menare qualcuno, quando c’era da andare a sparare a qualcuno – racconta Valerio Fioravanti il 28 maggio 1990 dinanzi alla Corte di Assise di Roma – quando c’era da andare a ruba’ soldi».

E “ruba’ soldi” è stata certamente l’attività che più piaceva a Fioravanti e compari, che non avevano rivoluzioni da fare, né progetti politici da portare avanti, ma dovevano vivere bene, vivere comodi, prima e durante la latitanza.

Con buona pace di quanti, ancora oggi, si ostinano a parlare di “terrorismo nero”, di “eversione fascista” e così via, a smentirli è proprio Valerio Fioravanti in uno dei rari momenti di sincerità.

No, non erano fascisti, erano missini che hanno iniziato ad agire contro i “compagni” nelle scuole e, poi, hanno scoperto il piacere di un’attività criminale che con l’ideologia e la politica nulla aveva a che fare.

Lo conferma Luigi Ciavardini il quale, il 16 maggio 2018, dinanzi alla Corte di Assise di Bologna specifica che

«noi non sapevamo neanche cosa fosse lo Stato, o la differenza fra Stato e opposizione diretta».

Non si combatte contro qualcosa che non si conosce e, difatti, nessuno degli omicidi da loro commessi ha una motivazione ideale e politica, perché sono stati fatti per procurarsi armi, disarmando qualche agente di Ps, per evitare l’arresto quando riconosciuti, per vendetta contro questo o contro quello.

Stiamo parlando di una banda missina equiparabile a quella della Magliana, con la sola differenza che i componenti di quest’ultima non si fingevano fascisti od altro di ideologicamente definibile, si accontentavano di essere solo delinquenti al servizio di chi li pagava meglio.

Come i Fioravanti e compari che, privi di una visione ideale e politica, hanno preso parte per interesse alla strage di Bologna del 2 agosto 1980.

Di spontaneo, Fioravanti e compari avevano solo la capacità e la volontà di delinquere, perché, per altro, erano ben inseriti in ambienti che potevano garantire loro la necessaria protezione, come quelli chefacevano capo ai fratelli Fabio e Alfredo De Felice, i loro ispiratori principali: quelli che, addirittura, hanno fornito ad essi la sigla “Nar”, Nuclei Armati Rivoluzionari.

Una mentitrice, anch’essa patologica, come Francesca Mambro ha dichiarato alla stampa di aver inventato lei la sigla, ma non è vero perché i NAR, Nuclei di Azione Rivoluzionaria, erano la cellula di base dei Fasci di Azione Rivoluzionaria (Far) di cui i fratelli De Felice avevano fatto parte.

È stato sufficiente modificare una parola, “armati”, al posto di “azione” e la sigla è stata scodellata.

Del resto, una rivista appartenente sempre all’area spacciata più o meno come “spontaneista” aveva per titolo Tabula Rasa, esattamente quello di una rivista fondata dai fratelli De Felice e Giano Accame nella metà degli anni Cinquanta.

Delinquenti e mercenari, questi Fioravanti, Cavallini e compari, esattamente come gli Abbruciati, gli Abbatino, i De Santis della banda della Magliana.

Come, per questi ultimi, le perizie psichiatriche erano fondamentali per essere assolti o prosciolti, affidate ad Aldo Semerari, così a Valerio Fioravanti viene offerta la possibilità di finire in una clinica psichiatrica, evitando le inevitabili condanne all’ergastolo, ma anche – ed è quel che più conta – per dichiarare inattendibili tutte le dichiarazioni che avrebbe potuto fare.

Dopo la sua cattura, la procura della Repubblica di Treviso, che lo accusava di una rapina ai danni di una gioielleria, incarica il dottor Corradino De Pascalis di fare una perizia psichiatrica a carico di Valerio Fioravanti.

De Pascalis conclude che Valerio Fioravanti ha una «personalità psicotica strutturalmente ad espressività clinica prevalentemente paranoicale”, con l’esclusione della capacità di intendere e di volere.

Il Tribunale di Treviso, però, non concorda con le conclusioni del perito De Pascalis, che ha esaminato solo un memoriale scritto da Valerio Fioravanti nel maggio-giugno del 1976: così ne dispone una seconda, redatta dal professor Francesco Introna, che concorda con De Pascalis nel riconoscere nel personaggio esaminato un demente, ma che

«in ogni caso, ove i tratti abnormi (elementi paranoicali, immaturità affettiva, ipertrofia dell’Io, assenza di sento morale) dovessero essere considerati come infermità ai sensi psichiatrico-forensi, si dovrebbe nel contempo tenere presente che essi non sono tali da scemare grandemente (e tanto meno da escludere) la capacità di intendere e di volere”.

In altre parole, Valerio Fioravanti è considerato un pericoloso cretino che, in ogni caso, ha la lucidità sufficiente per comprendere ciò che fa.

E di cretinate sono infarcite tutte le dichiarazioni di Valerio Fioravanti che, ad esempio, proclama dinanzi ai magistrati, il 19 febbraio 1981, che

«per me la vendetta è sacra, ma è un qualcosa da farsi in una fase successiva, o d’estate durante le vacanze…».

Il 24 febbraio 1981, Fioravanti nega dinanzi ai giudici di Bologna la sua intenzione di uccidere il giudice Giancarlo Stiz, affermando che

«sento che, secondo il piano, si stava preparando un’Alfetta camuffata da vettura dei CC, ma io non farei mai una cosa così dispendiosa per ammazzare un giudice solo; semmai per entrare in Tribunale e ammazzare tutti i giudici, ovvero per rapinare due miliardi».

Già, nella mente di Fioravanti i soldi sono tutto e, purtroppo per lui, non gli è mai riuscita l’impresa di rapinare due miliardi, che avrebbe volentieri – e con minori rischi – recuperato vendendo droga.

Nell’interpretazione del pensiero di Julius Evola e di Friedrich Nietzsche, che da parte di un cretino missino (ma quanti come lui?), tutto è permesso, perché lui è uno “spirito libero” che si eleva al di sopra della morale comune: così ai giudici dichiara che

«da un punto di vista generale, importare grossi quantitativi di stupefacenti è un lavoro che comunque va fatto, perché altrimenti altri lo farebbero, e comunque, non è giusto vietare alcunché».

Non è giusto vietare qualcosa, dice il cretino, trovandosi allineato con tutti coloro che, come lui, si pongono al di sopra della morale, ad esempio i pedofili.

Ci sono azioni che ad un combattente politico ripugnano, come sparare su donne indifese, ma è proprio quello che fa – e sa ne vanta – Valerio Fioravanti, quando spara sulla ragazze che si trovano all’interno della sede di Radio Città Futura a Roma.

Racconta Anna Attura che stava cercando di scappare quando qualcuno le sparò alle gambe e, poi, Fioravanti «mi ha sbattuto per terra e mi ha sparato col mitra sulla pancia».

Anna Attura è rimasta sterile e claudicante.

C’è da chiedersi a questo punto come è stato possibile che quasi tutta la stampa del regime, compresa quella di sinistra, ha coperto il personaggio ed i suoi complici, tacendo tutto quello che si legge negli atti processuali dove sono riportate le sue dichiarazioni.

Emma Bonino, che tanto si è sprecata per affermane l’estraneità di Fioravanti & Co. nella strage di Bologna del 2 agosto 1980, si è mai preoccupata di parlare con Anna Attura e le sue amiche, ferite da un cretino senza scrupoli né morale?

L’avesse fatto, la femminista Bonino – e tutte le altre con lei, avrebbero compreso che per uno come Fioravanti e colleghi un massacro come quello di Bologna rientrava perfettamente nella cretinissima concezione che dello “spirito libero” aveva uno come lui.

Non abbiamo finito con Valerio Fioravanti e la sua banda, perché molto c’è ancora da dire, ma per ora è sufficiente affermare che non stiamo parlando di un militante politico, di un idealista, di un uomo, ma di un delinquente senza ideali, tantomeno fascisti (lo ha detto lui), mentalmente tarato.

Se ancora oggi la stampa e la televisione italiane, in ossequio alle direttive politiche che ricevono, mantengono il più assoluto silenzio sui processi per la strage di Bologna, e hanno sempre taciuto sulla realtà di Valerio Fioravanti e dei suoi compagni, spacciati per i “ragazzini” dei Nar, è perché questo massacro rientra a pieno titolo nei delitti di Stato: e per negare questa verità devono tacere anche sulle personalità degli autori materiali, sulle loro dichiarazioni farneticanti, sulle loro menzogne.

Stato di menzogne, massacri e infamia: Stato italiano al servizio di una potenza egemone che, nella sua storia, non ha mai conosciuto nulla di diverso, con la differenza che i suoi dirigenti hanno costruito un impero, e i “nostri” hanno distrutto una Nazione.

Ne riparleremo.

 

Opera, 26 giugno 2021

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