Ustica: Tutta la Verità

Il quotidiano La Repubblica è specializzato in disinformazione e depistaggi mediatici e, anche ricordando la strage di Ustica, non si smentisce.

Nell’articolo pubblicato il 28 giugno, a firmaa di Gianluca De Feo, intitolato, “Ustica, la verità che manca”, si rappresenta la tragica vicenda del Dc-9 Itavia come una pagina oscura, di cui nulla si è saputo e si sa, avvolta nelle nebbie del più fitto mistero.

De Feo scrive che

«non ci sono responsabilità penali accertate, né sulle cause dello schianto del volo di linea, né tantomeno sulle manovre per tutelare l’arcano»,

e trova “paradossale” la sentenza della magistratura civile che ha condannato i ministeri della Difesa, dei Trasporti e degli Interni a risarcire sia i familiari delle vittime che la società Itavia.

Manca poco che esprima la sua indignazione, il De Feo, per simili sentenze perché, secondo lui, «anche le contestazioni di depistaggio ai danni di ufficiali dell’Aeronautica sono finite nel nulla».

La malafede dell’articolista di Repubblica è palese: dimentica infatti opportunamente che i generali dell’Aeronautica sono stati assolti solo perché il presidente della Repubblica, Francesco Cossiga ha testimoniato il falso nei processi celebrati all’epoca, salvo raccontare la verità sostanziale dopo che la sentenza assolutoria era passato in giudicato e gli imputati non potevano più essere processati.

Lo spergiuro Francesco Cossiga ha raccontato che il Dc-9 Itavia è stato abbattuto da missile a risonanza, non ad impatto, lanciato da un caccia francese.

Dato per scontato che la verità Francesco Cossiga, all’epoca presidente del Consiglio, l’ha conosciuta poche ore dopo l’abbattimento del Dc-9 Itavia, siamo certi che sul missile assassino non menta.

Forse era americano e non francese, magari italiano o di altra nazionalità, ma è stato quello che ha provocato l’eccidio di Ustica.

De Feo, invece, preferisce, per lo stipendio, affermare l’esatto contrario, che cioè non ci sono prove sulle cause che hanno determinato la caduta del Dc-9 Itavia: anzi contro la tesi di una battaglia aerea, ricorda che il Mig-23 che vi sarebbe stato coinvolto sicuramente non è caduto sulla Sila il 18 luglio.

Come a dire che non c’è stata alcuna battaglia nel cielo italiano la sera del 27 giugno, quando appunto il Dc-9 venne abbattuto.

Enumera, il De Feo, altre ipotesi come

«un passaggio ravvicinato ad altissima velocità, tale da far collassare la fusoliera»

per concludere poi soddisfatto che in merito a cannoni, missili, o quasi collisione

«nulla di questo ha trovato riscontro processuale».

Se fino a questo momento è emerso il mentitore, il meglio di sé De Feo lo offre come depistatore, quando suggerisce in maniera implicita ma chiarissima un’altra verità su Ustica che si collega, guarda caso, con quella sulla strage di Bologna.

Scrive De Feo:

«Cosi come sono rimasti senza prove gli elementi sulla bomba a bordo, che il perito britannico Taylor sostiene essere chiari nei resti della toilette. Ordigno inizialmente attribuito al terrorismo di destra e che adesso invece si tende a vedere con una matrice palestinese, invocando una rilettura complessiva di Ustica e della strage di Bologna avvenuta poco più di un mese dopo, che nascerebbe dalle carte ancora segrete del capo dell’intelllgence italiana a Beirut».

Il perito britannico, con buona pace di De Feo, è stato smentito da numerosi periti che, per non essere sul libro paga dell’Intelligence Service, hanno dimostrato che a bordo del Dc-9 Itavia non è esplosa alcuna bomba.

Adesso, ci racconta De Feo, si tende ad imputare ai Palestinesi la bomba che sarebbe esplosa sul Dc-9 Itavia e, manca a dirlo, addirittura s’invoca una rilettura complessiva, che comprenda anche la strage di Bologna del 2 agosto 1980.

De Feo, da specialista della disinformazione, non specifica in quali ambienti “si tende a vedere” una matrice palestinese per Ustica e per Bologna; mentre tace sulla “carte segrete” del colonnello Stefano Giovannone, che sono frutto della fantasia di un truffatore seriale come Marco Affatigato.

A Bologna è in corso il terzo processo per la strage di Bologna: il primo si è concluso con la condanna di Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini; il secondo, in primo grado, con quella di Gilberto Cavallini; il terzo vede sul banco degli imputati i mandanti e Paolo Bellini.

Mai, nel corso di quarantuno armi di processi, nelle aule delle Corti di assise è emerso un solo elemento, sia pure indiziario, che potesse indurre a pensare ad una verità alternativa a quella che è stata sancita da sentenze passate in giudicato.

La procura della Repubblica di Bologna, in ossequio ad ordini politici, ha indagato per anni sulla cosiddetta “pista palestinese”, proposta dai protettori dei condannati, concludendo che essa è inesistente.

Ora, nell’estate del 2021, fingendo ricordare con toni commossi, come da copione, De Feo insinua che non solo la strage di Bologna ma anche quella di Ustica sarebbero state opera dei palestinesi.

Prove, il giornalista di Repubblica non ne porta, indizi nemmeno, neanche afferma – solo insinua, nello stile di chi è abituato a svolgere opera di disinformazione.

Oggi, la Palestina è ridotta ad una “mera espressione geografica”, per cui i servizi segreti italo-israelo-americani, con il concorso del Mossad e della Cia non avrebbe alcuna difficoltà, perché non ci sarebbe alcuna ritorsione, a fornire le prove della responsabilità di qualche gruppo palestinese a Bologna o, come insinua De Feo, a Ustica.

Non le forniscono perché non ne hanno e non ne hanno mai avute, e la pista palestinese per Bologna ed ora per Ustica, è solo un espediente politico e mediatico per seminare il dubbio nei meno attenti settori dell’opinione pubblica.

Oltre ai settori interessati a mantenere inalterata la menzogna della mancata verità, su Ustica e Bologna, a credere alla pista palestinese per la strage del 2 agosto 1980 è rimasto solo Giampiero Mughini, che, per altro, rivendica con orgoglio la sua amicizia con Valerio Fioravanti e Francesca Mambro che, secondo lui, hanno «combattuto corpo a corpo con gli avversari».

È un caso compassionevole, Mughini, non lo sono quelli di Repubblica, che consapevolmente seminano dubbi per dire che, in realtà, tutto è ancora da scoprire.

In questo modo, infatti, con un’ipocrisia senza pari ed una sfrontatezza senza limiti, De Feo conclude il suo pezzo:

«Il relitto del Dc-9, ricostruito nel museo di Bologna, resta come un monito a tutti gli Italiani: un monumento di dolore che testimonia il dramma di 81 bambini, uomini e donne abbandonati senza una verità».

Non così, perché parte della verità c’è, e quella che manca è tenuta segreta dal governo italiano e dai suoi apparati di sicurezza.

Anche l’articolo di Gianluca De Feo contiene un monito: non comprate Repubblica, o, se proprio non potete farne a meno, leggetela con gli indispensabili strumenti di protezione.

 

Opera, 28 giugno 2021

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