Ordinaria Amministrazione

Ogni Nazione ha il carcere che si merita, e l’Italia ha quello che si è visto a Santa Maria Capua Vetere.

Non è l’eccezione, è la regola.

Questa volta ai dirigenti del Dipartimento per l’Amministrazione Penitenzaria (DAP) è andata male.

A provare l’infamia, ci sono i filmati delle telecamere e ad intervenire ci sono stati magistrati onesti.

Il ministro della Giustizia, Marta Cartabia, che inizialmente aveva espresso la propria solidarietà alla polizia penitenziaria, dopo aver visto i film, parla di “tradimento della Costituzione” e di “disonore”.

Sarebbe opportuno che la Cartabia si faccess consegnare la rassegna stampa relativa a tutti gli episodi di violenza avvenuti in carcere negli ultimi trent’anni.

Si renderebbe così conto che il “tradimento della Costituzione” è prassi consolidata e che l’”onore” in carcere è merce sconosciuta.

Questa è la stessa amministrazione che ha fatto del carcere di Pianosa la Guantanamo italiana, quando i suoi dirigenti hanno riteuto necessario estorcere confessioni ed ottenere “pentimenti” con la tortura.

L’amministraziane penitenziaria che, ricordiamolo, è diretta da magistrati nominati dalle autorità politiche per ragioni esclusivamente politiche, non per competenza e professionalità, vanta fra le sue discutibili “glorie” i fatti di Livorno, Asinara, Regina Coeli, Lecce, Carinola, Secondigliano, giusto per citarne alcuni.

In una amministrazione penitenziaria in cui la corruzione materiale è altissima, quelle morale è pressoché totale.

I pestaggi collettivi non sono frequenti ma quelli individuali, al riparo delle telecamere, nella celle d’isolamento, sono ordinaria e quotidiana amministrazione in tutti gli istituti di pena.

Non basta, difatti, cambiare denominazione ai carcerieri, da secondini ad agenti di custodia a poliziotti penitenziari perché tutto possa cambiare e migliorare.

Come mi diceva tanti fa uno di loro riferendosi ai detenuti,

«vengono qui per violare la legge e qui la legge siamo noi»,

una legge da trivio, visto che nel carcere di Prato i pestaggi erano all’ordine del giorno.

«Qui comandiamo noi», «qui facciamo quello che vogliamo», ed è vero, perché nessuno li controlla: tantomeno i magistrati di sorveglianza e le grottesche figure dei garanti dei detenuti; e possono effettivamente fare ciò che meglio ritengono.

È un mondo emarginato e di emarginati, che si protegge con l’omertà, la stessa che permette a corrotti, spacciatori di droga, venditori di cellulari, di fare tutta la carriera, perché qui non ci sono anticorpi per elimirare le cellule malate.

L’amministrazione penitenziaria è un corpo in metastasi.

Qui la vigliaccheria è una qualità, la disonestà è incoraggiata ed alimentata dai responsabili, che sono al livello dei loro peggiori subalterni.

Non è un quadro a tinte fosche per calunniare l’amministrazione penitenziaria, è il realistico ritratto di un mondo dove la cultura, l’onestà e l’intelligenza rimangono fuori dai cancelli d’ingresso.

L’onore di cui parla il ministro Cartabia qui non esiste.

A chi scrive, i secondini della matricola hanno rubato nel corso degli anni un dvd e quattro libri, perché rubare è lecito per loro e per chi li comanda.

Di quale onestà e di quale onore parliamo, quindi?

Il carcere italiano vive di violenza fisica, psicologica, morale – senza la quale uomini di poco conto non ritengono di poter controllare la popolazione detenuta.

Il carcere che “rieduca” è una leggenda metropolitana, perché questo riesce solo a diseducare, per l’esempio che offrono quotidianamente i presunti “rieducatori”.

Cosa è il carcere italiano?

E’ un contenitore dove si esaltano gli aspetti peggiori della personalità umana: la simulazione è la regola, perché i benefici di legge si ottengono solo fingendo inesistenti ravvedimenti; il servilismo è imposto perché bisogna essere “educati e rispettosi” con quanti l’educazione non sanno cosa sia e il rispetto per gli altri lo ritengono una debolezza.

La codardia è necessità di vita perché zi devono piegare alla legge della giungla, quella della forza e del numero.

È fisiologico che il tasso di recidività in Italia sia del 70-80 per cento: che, dopo aver vissuto ad esempio ad Opera, vadano a fare rapine a settant’anni.

Qualcuno in carcere gli ha dato una motivazione per non delinquere più?

Il “qui comandiamo noi” e “facciamo quello che vogliamo”, una volta fuori dal carcere non vale più. Fuori da qui, comandano loro.

La vicenda di Santa Maria Capua Vetere aggiunge una pagina d’infamia e di codardia a una storia carceraria che altro non è che una raccolta di infamie di ogni genere.

Esageriamo? No, sui giornali e nei tribunali ci finiscono sempre e solo per corruzione e violenze sui più deboli, perché qui anche il più spietato dei delinquenti è il debole che deve soccombere alla forza del numero.

È un mondo sordido ed oscuro di cui solo oggi politica e stampa fanno finta di accorgersi, non potendo negare le immagini riprese dalle telecamere di sorveglianza.

Un’indignazione che durerà poco – perché, fra qualche giorno, sui fatti di Santa Maria Capua Vetere calerà il silenzio e tutto riprenderà come prima e peggio di prima.

Il carcere è un mondo a parte, che nulla ha a che vedere con la Nazione ed i suoi interessi, dove non esistono leggi e regolamenti, dove i custodi si distinguono dai custoditi solo per l’ubicazione, dato che vivono fuori dalle celle.

È legge di malavita quella che regola la vita del carcere, dei carcerieri e dei carcerati, opposti e complementari.

Marta Cartabia parla di “tradimento delle Costituzione”: ma qui conoscono solo il codice della malavita che regola la vita di tutti e tutto giustifica.

Ne riparleremo, alla prossima Santa Maria Capua Vetere.

 

Opera, 1° luglio 2021

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...