I Cani Vivi

È vero che ormai si parla di destra “eversiva” e non più di neofascismo, ragion per cui si potrebbe convenire che coloro che hanno fatto parte di questo schieramento politico affondano le loro radici nella storia ignominosa del Movimento Sociale Italiano e non in quella del fascismo.

Purtroppo, sono ancora in tanti a dare a costoro un giustificazione ideologica di matrice fascista, se non addirittura nazista, ingannati dai libri rinvenuti nelle loro abitazioni e dalle letture che costoro affermano di aver fatto.

Prendiamo il caso di Gilberto Cavallini, nella cui abitazione trovano libri come l’opera completa di Léon Degrelle, quella di Adolf Hitler, la Storia della RSI, I proscritti di Ernst Von Salomon, La conquista di Berlino di Joseph Goebbels, e pochi altri che, però danno l’impressione di trovarsi dinanzi ad un militante neofascista duro e puro, meglio un erede delle SS.

Impressione questa che trova riscontro in un volantino distribuito dopo l’omicidio del capitano di Ps, Franscesco Straullu, e dell’agente di Ps, Ciriaco Da Roma, nel quale, dopo aver elencato gli omicidi di Luca Perucci, Marco Pizzari, Francesco Mangiameli, dopo aver tacciato di “vigliaccheria cronica” Roberto Fiore e Gabriele Adinolfi e definito Luigi Ciavardini un “infame”, Cavallini ed i suoi colleghi scrivono:

«Non temiamo di morire, né di finire i nostri giorni in carcere…».

I componenti della banda sono rimasti tutti vivi, quindi vediamo come hanno mantenuto la promessa solenne di non temere il carcere.

Gilberto Cavallini, arrestato nel neee di settembre del 1983, non tarda a dissociarsi e a chiedere perdono. Nel carcere di Opera lavora alla “Lombardia Informatica” e si prende cura di Pietro Maso, con il quale crea una solida amicizia fraterna, scrive anche una poesia a Gesù, che viene pubblicata sulla rivista del carcere.

Ottiene il beneficio dei permessi premiali e della semi-libertà, nel corso della quale ultima prevale l’indole del delinquente e viene arrestato perché in possesso di una pistola.

Riportato in carcere, il Cavallini riprende affannosamente a lustrare scarpe e baciare piedi e mani, fino a riottenere i permessi premiali e la semi-libertà.

La lingua consumata dall’estenuante lecchinaggio per ottenere i benefici di legge non impedisce, purtroppo, a Gilberto Cavallini di parlare nell’aule della corte di assise di Bologna, dove piagnucola:

«Mi sono pentito per quello che ho fatto, ho chiesto perdono per quello che ho fatto…».

Fra i libri che, forse, Gilberto Cavallini ha letto, perché trovato a casa sua, c’era I leoni Morti, di Saint Paulien, nel quale si ricorda la motivazione di quanti preferirono tradire piuttosto che morire:

«Meglio un cane vivo che un leone morto».

E Gilberto Cavallini è vivo.

Nell’umano canile dell’estrema destra, ce ne sono altri come lui, anzi ci sono tutti, senza eccezioni.

Primo fra gli altri quel Valerio Fioravanti al quale riconosciamo il merito di aver dichiarato di non essere stato mai un fascista: il quale, subito dopo l’arresto avvenuto a Padova, nel mese di febbraio del 1981, si è preoccupato di candidare alla galera e anche all’ergastolo tutti o quasi i suoi colleghi, compresi Cavallini e Stefano Soderini, raccontando ai giudici che, quando tornarono da Milano, gli dissero di

«aver fatto tredici in carrozzeria».

Infatti, in una carrozzeria del capoluogo lombardo i due avevano ucciso il brigadiere dei carabinieri Lucarelli.

Un massacratore di Stato in carcere ci vive meglio che a casa propria: in questo modo a Rebibbia, Fioravanti era il delegato della Caritas, funzione che gli consentiva di girare tutto il carcere; unico detenuto autorizzato a recarsi nell’ufficio del comandante senza autorizzazione; protagonista del film “Piccoli ergastoli”, e così via.

Dopo questa amena detenzione, il Fioravanti, insieme alla mogliettina Francesca Mambro, intercettato dai giornalisti dopo aver ottenuto la liberazione condizionale, dichiara:

«Io e mia moglie siamo due criminali recuperati alla società, questo vuol dire che il carcere recupera».

Nessuno lo ricopre di sputi, anzi come si conviene ad un cane addomesticato a dovere gli offrono i biscottini, primi quelli di Casa Pound, che si “onorano” di invitarlo nella propria sede.

Non sono i soli.

Fra “pentiti” e dissociati, di diritto e di fatto, quelli che il carcere non lo temevano sono tutti fuori, tranne qualcuno che si è guadagnato i benefici di legge, primo la semi-libertà, con gli stessi metodi utilizzati da Cavallini e soci.

Mario Tuti, il poliziotto ausiliario, singhiozza dinanzi alle telecamere, affermando di «aver provocato tanto dolore»; Pierluigi Concutelli, che si era arreso per «ragioni di economia rivoluzionaria», se li è guadagnati ringraziando i secondini per avergli insegnato

«a calci nel culo, come è giusto fare, il rispetto per gli altri».

Forse, a mio avviso, con qualche calcio in culo in più gli avrebbero anche insegnato a stare zitto, se non altro per decenza.

Nel novero di cotanto eroi non poteva mancare Fabrizio Zani, detto il “pantegana” per la sue preclari qualità morali, il quale ha ottenuto tutti i benefici di legge, compresa la condizionale, studiando il riciclaggio dei rifiuti, in pratica il proprio auto-riciclaggio.

Ci sono, poi, tutti gli altri, che non riteniamo necessario citare uno per uno, proprio perché, con tempi più o meno lunghi, sono usciti dal carcere debitamente rieducati, ravveduti, pentiti, sottomessi, scodinzolanti e felici.

Quello dell’estrema destra non era un mondo politico, era solo un canile nel quale si trovavano i pitbull e i pechinesi, disposti a rubare, rapinare, ammazzare, trafficare droga, e quanto altro ha a che fare con la delinquenza, nella quale è giusto oggi relegarli.

Basta dare a costoro l’alibi della politica, addirittura degli ideali.

Hanno latrato e azzannato fino al momento in cui gli accalappia-cani li hanno rinchiusi negli italici canili carcerari, da dove sono usciti con la coda bassa e l’osso premiale in bocca.

Chiudiamo il capitolo, chiudiamo il canile.

 

Opera, 2 luglio 2021

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