Riscattarsi

Più gli anni passano, maggiore è l’impegno del potere politico e mediatico nell’accanirsi contro il fascismo.

Sono passati 76 anni dalla fine della guerra e del fascismo, eppure a leggere i quotidiani, ad ascoltare i programmi televisivi, ad elencare i libri dedicati all’argomento sembra che il fascismo incomba come un incubo sugli antifascisti.

Non è così.

Il fascismo è ormai un ricordo sbiadito nella mente di tanti che pure, ancora oggi, si sentono e si proclamano fascisti, senza fare nulla per riabilitarne la memoria storica e, quel che è peggio, senza compiere azioni politiche che possano essere ideologicamente considerate fasciste.

Grande è la confusione nella galassia dei gruppi che affermano di essere fascisti senza esserlo; che si dedicano a commemorazioni; che si impegnano esclusivamente nella lotta agli zingari e agli immigrati; che, addirittura, si alternano nel sostegno alla Lega di Matteo Salvini e a Fratelli d’Italia, per i quali costituiscono solo un minuscolo serbatoio di voti.

Dove sono i fascisti in Italia?

Se prendiamo in esame la battaglia in corso da decenni per ristabilire la verità sulla guerra civile italiana degli anni Sessanta e Settanta, ci accorgiamo che i cosiddetti fascisti sono tutti dalla parte dello Stato democratico ed antifascista, che su di loro fa leva per affermare le sue menzogne.

Non c’è il fascismo, c’è il neo-fascismo, quello creato nell’immediato dopoguerra dalla Democrazia Cristiana, dalla Confindustria, dal Vaticano e dai servizi segreti americani, per utilizzarlo come forza d’urto contro il comunismo.

C’è il Movimento Sociale Italiano, il cui simbolo campeggia in quello di Fratelli d’Italia, e i gruppi collegati: da Ordine Nuovo ad Avanguardia Nazionale, da Europa Civiltà a Terza Posizione, da Forza Nuova a Casa Pound.

C’è il neo-fascismo di regime, al servizio della Democrazia Cristiana, del Vaticano, dell’ambasciata americana a Roma, degli Stati maggiori delle Forze Armate nate dalla Resistenza, dello Stato democratico ed antifascista e dei suoi apparati di sicurezza.

Fascismo e neofascismo non sono compatibili.

Il primo ha una sua ideologia, una sua dottrina e una sua storia, che il secondo ha totalmente rinnegato, occultando il tradimento dietro i saluti romani e gli omaggi a Benito Mussolini, conservandone cioè i simboli esteriori.

Dell’”Italia proletaria e fascista” portata da Benito Mussolini a Vittorio Emanuele III il 28 ottobre 1922, nel dopoguerra non è rimasta traccia.

È, viceversa, documentata la mobilitazione di squadrette di picchiatori anti-sciopero, poste a disposizione della Fiat da parte di missini e di Junio Valerio Borghese.

Nessuno si ricorda più della “guerra del sangue contro l’oro”: anzi, nella metà degli anni Cinquanta, i fratelli De Felice si scusarono con l’ambasciatrice americana, Claire Boothe Luce, per una manifestazione di protesta svolta dai missini dinanzi alla sede dell’ambasciata, in via Veneto, parlando di un equivoco che mai più si sarebbe ripetuto.

Difatti, mai un gruppo neofascista ha inscenato proteste dinanzi alla sede dell’ambasciata americana, presso la quale i loro dirigenti si recavano per prendere soldi e ordini.

Il fatto è che il neofascismo diretto da Pino Romualdi, ex-vicesegretario del Pfr, in contatto con gli agenti dell’Oss americano fin dal 1944, si è proposto di porsi al servizio della borghesia fin dal luglio del 1946, per riconquistarne i favori lottando contro il comunismo.

Lavorare per la borghesia italiana, la stessa che Benito Mussolini, nei primi giorni di aprile del 1945, aveva bollato come “la rovina dell’Italia”, ha significato porsi agli ordini della Democrazia Cristiana, che la rappresentava politicamente: di conseguenza, per essere questo il partito egemone, significava rendersi disponibili a lavorare con le forze militari e di polizia che essa dirigeva.

La necessità di conservare i voti, indebitamente acquisiti spacciandosi come eredi del fascismo, compreso quello repubblicano, ha obbligato i dirigenti missini a stabilire segreti collegamenti con gli apparati di sicurezza dello stato democratico e antifascista, in modo da mantenere la facciata di “rivoluzionari”, di fascisti, addirittura di nazisti: mentre in realtà s’intruppavano nelle organizzazioni segrete e clandestine dello Stato e della Nato, lavoravano come informatori e, nel tempo, come bombaroli di regime.

Nel dopoguerra è esistito, pertanto, un neofascismo di regime e di Stato che tutto ha rappresentato meno che l’eredità del fascismo e, tantomeno, l’onore d’Italia.

Va, a questo punto, affrontato il tema tragico e doloroso delle stragi italiane, alle cui commemorazioni partecipano enti, partiti, gruppi antifascisti e rappresentanti dell’Anpi.

I fascisti, o meglio quelli che ritengono tali nel 2021, si collocano ancora oggi dalla parte sbagliata, dalla parte cioè di chi ha voluto le stragi, di chi le ha pianificate ed eseguite per gli interessi dello Stato e del regime antifascista e dei loro alleati internazionali.

Lo fanno perché non conoscono la storia, l’ideologia e la dottrina del fascismo, soprattutto di quello repubblicano. Lo fanno perché, irretiti dalla propaganda della stampa che strumentalmente continua a presentare i protagonisti dello stragismo antifascista come fascisti e nazisti.

Ormai è storia, non solo giudiziaria, che non uno di costoro è stato un oppositore della democrazia, perché non uno di costoro aveva ideali, ma solo convenienza a stare dalla parte di chi riteneva che avesse la forza e il potere.

Era confortante per costoro fingersi oppositori fascisti in piazza, e lavorare per i servizi segreti militari e civili italiani ed alleati.

Lo stragismo aveva, fino al 1974, il compito di favorire l’instaurazione in Italia di una democrazia autoritaria di stampo antifascista.

E gli stragisti lo sapevano: ma contavano di trarre vantaggi personali perché si erano schierati dalla parte giusta, quella dei vincitori.

Per diversi esecutori materiali le cose non sono andate come speravano perché, mutate le condizioni politiche all’interno, come conseguenza del cambiamento di strategia americana nel 1974, gli stracci sono volati.

Sono rimasti vittime del loro stesso doppiogioco: si erano spacciati come fascisti e nazisti e, come tali, sono stati perseguiti, nonostante il sostegno dei servizi segreti, che sono riusciti a mantenere il segreto su mandanti, organizzatori, e soprattutto sul disegno politico che ha sovrastato e reso necessario lo stragismo come arma di lotta politica.

Lo psicopatico Valerio Fioravanti una verità, in tutta la sua laida esistenza, l’ha detta:

“Non eravamo fascisti, ci piaceva fare i fascisti”.

E la stessa frase la potrebbero dire tutti gli altri che hanno insanguinato le strade e le piazze d’Italia per favorire i disegni politici dell’antifascismo nazionale e inter nazionale.

Non erano fascisti, non erano nemmeno antifascisti, erano e sono i consapevoli burattini di uno Stato che, attraverso le sue forze militari e di polizia, in particolare dei suoi servizi segreti, li ha utilizzati e ancora li utilizza per perpetuare la menzogna dell’esistenza di un “terrorismo nero”, di una “eversione di destra”, che ha minacciato la democrazia per instaurare una dittatura militar-fascista.

Fantapolitica che, però, ha ancora credito presso un’opinione pubblica ingannata dal potere mediatico.

Ha credito anche, se non soprattutto, fra i cosiddetti fascisti del terzo millennio, che si ritengono gli eredi di gruppi e gruppuscoli che erano semplicemente appendici dei serviti segreti italiani ed internazionali, primi quelli americani, francesi ed israeliani.

Chi ha conoscenza e consapevolezza della storia del fascismo e dei suoi uomini, sa bene che hanno saputo combattere e morire con coraggio, onore e dignità.

Un retaggio che non può essere dimenticato, e che va raffrontato con quello dei “neofascisti” che hanno insozzato i carceri e i Tribunali di sorveglianza per chiedere perdoni, pietà e clemenza.

Vogliamo veramente stabilire una linea di continuità fra i “leoni morti” di allora e i “cani vivi” di oggi?

È tempo di ritornare sulla strada della verità, iniziando a commemorare i morti della guerra civile italiana come vittime dello Stato e dei suoi alleati internazionali.

È tempo di rialzare la testa per coloro che credono in un ideale che, ancora oggi, conserva in gran parte la sua attualità, riscrivendo la storia secondo verità.

Una verità che accusa questo regime, questo Stato, i loro alleati, di aver fomentato una guerra civile i cui morti sono da rispettare, e i cui responsabili, comprimari, comparse sono da condannare.

Non sono gli eredi dei partigiani a dover commemorare i morti, perché ad ucciderli è il regime nato dalla Resistenza, la mano omicida è quella del loro Stato e della loro democrazia.

Non saranno mai loro a dare giustizia ai morti e ai vivi.

Tocca a chi crede che bisogna riannodare il filo spezzato con il nostro passato, che è quello dell’Italia e degli Italiani, ai quali è doveroso far riscoprire la verità e l’onore.

 

Opera, 15 luglio 2021

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