Utopia

Mario Draghi e Marta Cartabia, rispettivamente presidente del Consiglio e ministra della Giustizia, invece che in Italia sembra che abbiano vissuto sulla Luna.

Infatti, solo oggi si sono accorti che ne carcere del regime democratico ed antifascista la violenza fisica, morale, psicologica è regola di vita quotidiana.

Fino al giorno in cui sono state diffuse le immagini del pestaggio, del tutto gratuito ed immotivato, dei detenuti all’interno della Casa circondariale di Santa Maria Capua Vetere, i due ritenevano che i carcerieri fossero dediti alla rieducazione dei detenuti nel rispetto dell’articolo 27 della Costituzione e dei regolamenti penitenziari.

Non si erano mai resi conto che la storia del carcere italiano è solo una lunghissima trafila di violenze e corruzione, favorite dai secondini giudiziari che dirigono il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP).

Grazie all’onestà e all’intelligenza di alcuni magistrati della procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere, in quest’occasione ai dirigenti del Dap è andata male, malissimo.

Erano riusciti, come sempre, ad ottenere dalla ministra Cartabia l’espressione di solidarietà alla polizia penitenziaria colpita, “ingiustamente” ovvio, da 52 mandati di cattura perché ancora ignari che, questa volta, non c’erano solo le testimonianze dei detenuti ma anche le immagini dell’”ignobile mattanza” riprese dalle telecamere interne.

Diffuse le immagini, dinanzi alla reazione della Cartabia, giustamente inorridita e furibonda, sono corsi tutti a salvare la faccia esprimendo indignazione e sconcerto per quello che, per altro, sapevano da almeno un anno e lo avevano taciuto.

Santa Maria Capua Vetere non è l’eccezione, è la regola: 10 sono i secondini condannati in primo grado a Siena per violenze sui detenuti a San Gimignano; 10 sono quelli rinviati a giudizio a Firenze per violenze sui detenuti nel carcere di Sollicciano; 4 quelli rinviati a giudizio per violenze su un detenuto nel carcere di Monza.

Ci sono inchieste in tutta Italia, compresa Milano, per pestaggi seguiti alla rivolte del marzo del 2020 che, a questo punto, riprenderanno (si spera) vigore, vanificando il tentativo compiuto da molti magistrati di archiviare tutto.

È un sistema che non si può riformare perché il carcere è permeato di una subcultura malavitosa, per la quale tutto è possibile purché si mantenga all’interno dei muri di cinta.

Il pestaggio è ritenuto una “lezione” che si deve impartire per insegnare ai riottosi che qui i “malandrini” sono loro, i secondini: salvo, ovviamente, adottare altri metodi se i detenuti sono in grado di adottare misure di ritorsione all’esterno del carcere.

Insomma, forti con i deboli e deboli con i forti, come dimostra il fatto che a Santa Maria Capua Vetere si sono tenuti alla larga dai camorristi, accanendosi solo contro gli “scappati di casa”.

È grottesca la pretesa di rendere migliore il personale penitenziario facendogli svolgere corsi di formazione, perché la cultura della legalità va imposta, non suggerita.

Per ridurre, ad esempio, gli abusi e gli atti di codardia in carcere sarebbe necessario rendere identificabili i secondini, imponendo loro di recare il numero di matricola sulla divisa.

Si può e si deve fare, perché l’anonimato esalta la codardia di tanti che agiscono con la certezza di non poter essere riconosciuti.

Il carcere è un mondo senza controllo esterno.

Il fallimento e l’inutilità dei Tribunali di Sorveglianza sono dimostrati dal fatto che hanno creato i “garanti dei detenuti” che, a loro volta, si distinguono per eccesso di prudenza e mancanza di effettivo potere.

Direttori e vicedirettori, quando non sono complici consapevoli di ogni infamia, si preoccupano di ostentare fiducia nel personale, per timore di essere contestati dalla Polizia Penitenziaria che, oggi, è divenuta potente per via dei sindacati.

I medici penitenziari sono, in realtà, secondini sanitari, disposti sempre a coprire ogni nefandezza perché, in caso contrario, rischiano di perdere il posto e sono esposti ad ogni rappresaglia da parte del personale.

È un intreccio di complicità, di omissioni, di coperture anche sul piano giudiziario, che rende il carcere un contenitore di infamie e di ingiustizie.

Per rieducare qualcuno bisogna essere migliori di lui, mentre qui i “rieducatori” sono al livello dei rieducandi, a volte peggiori di loro.

Parole che si disperdono al vento quelle pronunciate dai politici dopo Santa Maria Capua Vetere, perché rendere il carcere un luogo dove i condannati migliorano e possano essere restituiti alla società diversi da quello che erano quando sono entrati è un’utopia.

Per rieducare i detenuti bisogna prima rieducare i rieducatori, e il solo modo per farlo, con questi ultimi, non sono i corsi di formazione ma il tintinnio delle manette.

 

Opera, 16 luglio 2021

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