Sicari

Svanita la possibilità del “golpe” politico-militare, mutate le condizioni politiche, con la Democrazia Cristiana protesa a cercare l’accordo con il Partito Comunista Italiano, abbandonata dai vertici militari che, nel 1975, per la prima volta, autorizzano le bande militari a suonare “Bella ciao” insieme alla “Canzone del Piave” e, soprattutto, bloccano la carriera degli ufficiali provenienti dalla Repubblica Sociale Italiana, che non potranno superare il grado di generale di brigata – l’estrema destra si trova allo sbando.

Se fino al 1974 si può trovare traccia di un progetto politico da parte dei gruppi dell’estrema destra, convinti di poter trarre vantaggio dal sostegno ai tentativi golpistici, dopo c’è solo un tentativo di sopravvivenza politica condotto da personaggi legati ai servizi segreti che rieditano la “strategia della tensione”, coinvolgendo le nuove leve provenienti dagli ambienti del Movimento Sociale Italiano.

C’è ancora l’interesse da parte dello Stato e dei suoi apparati di accrescere il disordine, alimentando la teoria degli “opposti estremismi”, contro i quali si schierano i partiti politici dell’arco costituzionale, primo fra tutti il Pci, e anche il Msi, che non ne fa parte, accentua la sua vocazione legalitaria invocando, con Giorgio Almirante, la “doppia pena di morte” per i “terroristi di destra”.

In un ambiente in cui le radici ideologiche, dottrinarie e storiche sono andate perdute nel tempo, privo di un progetto politico in grado di suscitare l’interesse di parte degli Italiani, senza alcuna prospettiva di successo, giovani missini che non hanno alcuna visione etica della vita e della lotta fanno presto a calarsi nella mentalità della malavita.

Con buona pace di magistrati, giornalisti, politici e, in buona parte, storici, quello che accade dal 1977, concentrato in particolare a Roma e Milano, è un fenomeno delinquenziale, all’interno del quale prevale chi più rapina (e si mette i soldi in tasca) e chi più ammazza.

Se tutto è lecito, si passa dai furti alle rapine, dallo spaccio di droga al recupero crediti, fino al compimento di delitti su commissione, ovviamente ben remunerati.

Sarebbe giunto il momento di ammettere che i personaggi che hanno agito dal 1977 al 1980 si sono fatti schermo di una visione politica che non avevano e che, viceversa, ancora oggi è alimentata dalla stampa e da una parte della magistratura che vede “spontaneisti” dove c’erano solo delinquenti e qualche psicopatico.

È vero, ed è innegabile,che il rapporto fra le mafie e l’estrema destra c’è sempre stato, per il comune impegno contro il comunismo, il che ha prodotto una convergenza di interessi politici in senso lato e l’instaurarsi di rapporti personali fra militanti di destra e mafiosi che hanno consentito lo scambio di reciproci favori.

Se, nel 1976, Frank Coppola aveva chiesto ad Avanguardia Nazionale di uccidere il questore Angelo Mangano, sopravvissuto ad un tentativo di omicidio, in cambio di 100 milioni o di qualunque altro favore avesse poi richiesto, non può non ipotizzarsi che, nel 1979, qualche altro mafioso non abbia richiesto lo stesso favore a qualcuno dell’estrema destra per l’omicidio di Piersanti Mattarella.

Se Avanguardia Nazionale, che all’inizio aveva preso in considerazione la proposta di Frank Coppola, non porterà a compimento l’incarico, nel 1979 la richiesta viene avanzata non ad una organizzazione ma a singoli personaggi già noti per la capacità e la smania di ammazzare.

La logica che aveva indotto Frank Coppola a rivolgersi ai dirigenti di Avanguardia Nazionale, risiedeva nel fatto che era stato “posato” e non poteva, pertanto, rivolgersi alla mafia palermitana per soddisfare il suo desiderio di vendetta, sempre ammesso che quest’ultima avesse avuto interesse ad eliminare l’equivoco poliziotto.

La logica che ha ispirato l’organizzatore mafioso (il mandante è verosimilmente da cercarsi all’interno della Democrazia Cristiana) ad usare due persone estranee al suo ambiente per uccidere il presidente della Regione Sicilia è da individuarsi nel tentativo di spacciarlo come atto terroristico.

Non è la “cupola” che decide l’omicidio di Piersanti Mattarella, pur sempre potente dirigente democristiano, esponente del partito politico legatissimo alla mafia, che non vuole assumersi la paternità del gesto, ma un mafioso di rango che agisce su invito di qualche esponente democristiano.

Le menzogne dei pentiti sono agli atti perché, in realtà, sono pochissimi i mafiosi che conoscono la verità sull’omicidio di Piersanti Mattarella, e ancora meno quelli che sono a conoscenza dell’identità dei killer.

Forse, la verità la conosceva Luigi Ilardo, ucciso dopo un’informazione uscita dalla procura della Repubblica di Caltanissetta, che ha rivelato ai mafiosi che stava per ufficializzare il suo pentimento.

È ragionevole pensare che la conosca Pippo Calò, che, all’epoca, era un uomo di Stefano Bontade e, sulla piazza di Roma, era il solo in grado di procurare i killer.

La mafia, o meglio i mafiosi, proteggono il loro interesse e, pertanto, quando è necessario, si rivolgono a persone esterne per compiere omicidi.

Sarà vero o falso, ma Pierluigi Concutelli si è vantato di aver ucciso un uomo, a Palermo, per fare un favore ad amici.

“Lillo” è capace di millantare per accrescere la sua fama di assassino professionista: ma, in questo caso, se fosse vero che ha sparato a lupara da dietro a una siepe ad un uomo, sarebbe la conferma della propensione dei mafiosi a rivolgersi, quando è necessario, a killer esterni all’organizzaiione.

Se gli assassini di Piersanti Mattarella sono rimasti impuniti, il merito va ascritto al capo della Squadra mobile di Palermo, vicequestore Giuseppe Impallomeni, affiliato alla loggia P2 e amico personale di Licio Gelli, che tanto si è prodigato per “provare” che costoro erano mafiosi, e ai giudici che hanno condiviso acriticamente questa “verità”, disattendendo la testimonianza della moglie dell’ucciso, che il killer lo aveva visto in faccia, e lo aveva riconosciuto come Valerio Fioravanti.

L’ingiustizia che assolve ha ritenuto, viceversa, che il killer era il mafioso Nino Madonia che a Fioravanti somigliava, ma che non è mai stato indagato per l’omicidio, perché non è stato lui.

Dopo un depistaggio poliziesco ne è giunto un secondo, questa volta giudiziario. Dopo 31 anni hanno desecretato il verbale di Giovanni Falcone, che accusava proprio i “terroristi neri” come autori materiali dell’omicidio di Piersanti Mattarella, smentendo definitivamente la fandonie di Valerio Fioravanti e moglie che, addirittura, pretendevano che il magistrato si fosse giustificato con loro asserendo che era costretto a perseguirli.

Diviene, a questo punto, necessario per affermare la verità storica sgomberare il campa dell’equivoco rappresentato da persone e gruppi che, nel periodo 1977-1980, hanno agito per motivi politici, per ideali politici, riconoscendo in costoro solo una banda di delinquenti pronti a tutto e a tutto disposti per convenienza personale.

Sarà molto più facile, così facendo, comprendere quanto è accaduto, inquadrando fatti e personaggi nella loro giusta dimensione, che non è quella di una stagione politica, sia pur sanguinosa, ma di una scorribanda di malavitosi ai quali viene comodo ancora oggi attribuirsi la qualifica di “politici”.

Non erano politici ma delinquenti, come dimostra il loro comportamento prima, durante e dopo il carcere.

Insieme alla banda della Magliana, parliamo d’ora in avanti della banda Fioravanti-Cavallini et similia.

Affermiamo, una volta per tutte, la verità.

 

Opera, 18 luglio 2021

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