Silenzio di Tomba

È morto anche il generale Gianadelio Maletti, ex responsabile dell’Ufficio “D” del Sid dal 1971 al 1975.

Lo annuncia, con un articolo al veleno, il quotidiano Repubblica, specializzato in depistaggi e disinformazione.

A differenza di tanti suoi colleghi, Maletti non è morto in silenzio.

Qualcosa ha detto, poco rispetto a quello che sapeva, ma comunque significativo.

È stato il primo – e il solo – a rivelare che Ordine Nuovo con il Sid aveva “ottimi rapporti”, minando alla base le leggenda mediatica e giudiziaria dei “nazisti” guidati da Pino Rauti.

Non è stata cosa da poco perché, per la prima volta, un autorevole ufficiale del Sid smentiva che l’organizzazione ordinovista fosse mai stata una forza di opposizione al regime e allo Stato.

Una verità fondamentale, questa affermata da Maletti, perché ad Ordine Nuovo vanno attribuite buona parte delle stragi italiane, riuscite e mancate.

Gianadelio Maletti ci dice che Pino Rauti ed i suoi colleghi non rappresentavano “l’Italia nera” ma erano al servizio di quella bianca, democristiana, che lui e il Sid proteggevano.

L’ex responsabile dell’Ufficio sicurezza interna (controspionaggio) del Sid punta poi il dito sulla CIA, sui suoi rapporti con Ordine Nuovo, chiamando entrambi in causa per la strage di piazza Fontana.

Considerata l’autorevolezza del personaggio, le sue dichiarazioni avrebbero dovuto provocare un terremoto politico, anche perché confermate dalle indagini svolte dal giudice istruttore milanese Guido Salvini: viceversa non accade nulla.

Per i politici italiani, primi quelli del Partito Democratico, il padrone americano è intoccabile e del coinvolgimento dei suoi servizi segreti civili e militari nella “strategia della tensione” è vietato parlare.

Maletti ne parla e lo ricoprono di fango.

Maletti ne prende atto e non parla più.

La politica e la stampa italiane, quelle che si presentano impegnate allo spasimo nella ricerca della verità, avrebbero dovuto incoraggiare Maletti a dire il resto e, invece, hanno dato il via ad un linciaggio morale che doveva – e ci è riuscito – dissuadere l’ufficiale dal dire qualcosa di più.

Perché è così che la stampa, la politica e, spesso, la magistratura italiane vogliono la verità: mettendo in moto la macchina del fango contro chi la dice.

Per quanto riguarda il servizio segreto militare, non è stato Gianadelio Maletti a coprire gli autori della strage di piazza Fontana, perché il compito lo ha ereditato, avendo preso servizio al Sid nel 1971, quasi due anni dopo i fatti.

A depistare le indagini per conto del servizio segreto militare è stato il direttore di allora, l’ammiraglio Eugenio Henke, che, per il servigio reso, è stato nominato qualche anno più tardi Capo di Stato Maggiore della Difesa.

Maletti, in concorso con Vito Miceli, direttore del Sid e primo responsabile di tutti i depistaggi, non ha fatto altro che continuare ad eseguire le direttive che gli erano impartite dai responsabili politici e militari.

Maletti e Miceli si scontrano sul “golpe Borghese”, inchiesta affidatagli da Giulio Andreotti, responsabile politico del “golpe” e suo beneficiario in caso di riuscita, con il primo che accusa il secondo di averlo favorito.

La peggio l’avrà Gianadelio Maletti, che sarà abbandonato dai suoi protettori politici, mentre Vito Miceli, forte dell’appoggio di Aldo Moro, uscirà indenne dalle inchieste che lo vedono imputato e finirà la sua ingloriosa carriera come senatore del Movimento Sociale Italiano.

Il generale Gianadelio Maletti non è stato quindi un ufficiale infedele, ma è rimasto vittima dello scontro all’interno dei centri di potere politico-militari e dei servizi segreti.

Maletti, infatti, conserverà quasi tutti i segreti che conosce, ad iniziare dal ruolo svolto dal Federal Bureau of Investigation (FBI) in Italia e da quello del generale Arnaldo Ferrara.

Alle due domande, postegli da alcuni giornalisti, su mia richiesta, opporrà il silenzio sul primo; e sul secondo si limiterà a dire che era una “eminenza grigia”.

Maletti non ha voluto smuovere il fango su quanto fatto dal controspionaggio americano (FBI) in Italia e dalla figura nefasta del generale Arnaldo Ferrara.

Ora è morto. Una parte della verità sulla guerra civile italiana finisce con lui nella sua tomba come in quelle che nel corso degli anni custodiscono i corpi ormai imputriditi di tanti protagonisti e comprimari di una stagione di sangue.

La politica esulta per l’ennesima vittoria che le consente di segnare un altro punto a favore della sua strategia, quella che vuole che gli “anni di piombo” siano seguiti da un silenzio di tomba.

 

Opera, 21 luglio 2021.

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