La Pista Bianca

Il 2 agosto si è svolta, come ogni anno, la rituale commemorazione della strage alla stazione ferroviaria di Bologna del 1980.

Come sempre, il ricordo di quel massacro è stato utilizzato per affermare la menzogna dello Stato che si contrappone alle verità, sia pure parziali, che emergono dagli atti processuali.

Così il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, rilancia la tesi della “pista neofascista” fingendo di credere che Licio Gelli, Mario Tedeschi, Umberto Ortolani e Umberto Federico D’Amato, oggi imputati come mandanti, siano stati fascisti.

Non lo erano, per loro stessa ammissione, gli autori materiali del massacro, Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, non potevano esserlo personaggi che del regime democristiano sono stati i difensori ferventi e convinti.

La propaganda – come è noto – non si basa sulla razionalità e, di conseguenza, il messaggio sulla matrice neofascista della strage viene acriticamente accolto dall’opinione pubblica alla quale la stampa lo veicola come veritiero perché proveniente dal più alto esponente della Repubblica.

L’Associazione familiari delle vittime della strage di Bologna è un gruppo politico da sempre legato al Partito Comunista Italiano, poi Partito Democratico che, da un lato, cerca indubbiamente la verità su mandanti, organizzatori ed esecutori materiali della strage, dall’altro s’impegna ad affermare la menzogna ufficiale sulla-matrice “eversiva”, ovviamente fascista del massacro.

Il rispetto per i morti pretenderebbe che si affermasse la verità, non una verità processuale mediaticamente seppellita da una menzogna politica.

Ma i vivi necessitano di risarcimenti, complimenti, elogi, pacche sulle spalle, ipocrita partecipazione al loro dolore, quindi meglio schierarsi dalla parte dei responsabili non solo morali della strage che dal 1980 siedono in Parlamento e fanno parte dei governi.

La politica e i media li hanno derisi ed insultati per anni, i familiari della vittime, della strage sostenendo la tesi dell’innocenza di Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini. Ogni 2 agosto, puntualmente, veniva intervistata Emma Bonino, che perorava la causa dei tre, mentre politici, giornalisti e, perfino, qualche magistrato lanciavano appelli a loro favore.

Grazie a questa campagna politica e mediatica, gli autori di 108 omicidi hanno avuto in carcere un trattamento privilegiato e dal Tribunale di sorveglianza di Roma, tutti i benefici di legge che gli hanno consentito di ritornare in libertà anzitempo.

Per quanto paradossale possa sembrare, la condanna per la strage del 2 agosto 1980, a Bologna, ha segnato la fortuna di Valeria Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, che sono stati rappresentati come vittime delle giustizia “ingiusta”.

La gigantesca campagna di disinformazione a favore dei massacratori di Bologna, ancora parzialmente in corso, si è sommata alla presa in giro compiuta dal governo presieduto da Matteo “Mustafà” Renzi che, nel 2014, aveva reso pubblici i documenti attinenti alle stragi italiane che, in realtà, erano atti processuali e parlamentari, senza nulla di nuovo o di segreto.

Oggi, l’attuale presidente del Consiglio, Mario Draghi annuncia di aver dato ordine di versare in anticipo all’Archivio di stato documenti relativi a “Gladio” a alla loggia P2.

Non potranno mai essere resi pubblici, invece, i documenti fatti distruggere da Massimo D’Alema, nel 1999, che, nella sua veste di presidente del Consiglio, si era premurato di far scomparire dagli archivi dei servizi segreti quelli

«non strettamente attinenti alla sicurezza nazionale»,

lasciando agli italici spioni il compito di scegliere quali potessero essere considerati tali.

Insomma, la politica fa la sua parte nell’impedire l’emergere della verità sulla strage di Bologna che deve restare un evento “eversivo” di stampo neofascista benché tutti gli atti dicano esattamente il contrario.

Non è una “pista nera” quella da seguire per Bologna, ma quella “bianca”, atlantica e americana, perché sul banco degli imputati siedono gli esponenti del “partito americano”, quelli per i quali gli interessi degli Stati Uniti e del suo braccio politico militare (la Nato) dovevano prevalere su ogni altro.

Al prefetto Umberto Federico D’Amato hanno intitolato una stanza nella sede del comando generale della Nato a Bruxelles, quindi di quale “fascista” parliamo?

I fautori della “pista nera” non possono nemmeno trincerarsi, per sostenerla, dietro il colore ideologico degli autori materiali, perché entrambi – Valerio Fioravanti e Francesca Mambro – si sono vantati di non essere mai stati fascisti.

La coppia ha vissuto sulla menzogna ma una verità, questa, l’ha pur detta: crediamola.

C’è da dire, a suo merito, che il presidente della Corte di assise che ha giudicato e condannato Gilberto Cavallini, dopo aver spazzato via la grottesca pretesa che gli autori materiali della strage fossero “spontaneisti”, avanzata a suo tempo dalla procura della Repubblica di Bologna, ha scritto nella motivazione della sentenza che quella del 2 agosto 1980 è una “strage di Stato”.

Insomma, la verità, c’è – e si contrappone a quella politica.

 

Opera, 14 agosto 2021

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